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18 gennaio 2007

Per Ricordare

LA  PRIMAVERA  DEGLI OPERAI  DI  MELFI (intro)



BREVI NOTE SULLA RIVOLTA DI MELFI

le 3D (democrazia, diritti, dignità)

incontrano le 3M (Mayday, Milano, Melfi)

L'onda lunga di Scanzano continua a scuotere le terre del nostro meridione martoriato dalla precarietà, dalla disoccupazione e dalla devastazione ambientale: non è un caso infatti se le questioni relative alle condizioni di lavoro nella splendida fabbrica di Melfi siano esplose in questi giorni, a poco tempo dalle mobilitazioni di Scanzano Jonico e Rapolla, a seguito della ribellione delle donne e degli uomini di Terlizzi, in concomitanza con la rabbiosa protesta per i rifiuti in Campania e della lotta contro la costruzione della centrale turbogas di Termoli.

Non è un caso perché ciò si inserisce, con proprie caratteristiche che non vanno sottovalutate, nelle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno riposizionato l’azione dei movimenti sociali sul terreno dell'autonomia politica rispetto alle forme e ai soggetti classici del conflitto e della partecipazione sociale, sedimentando una dialettica virtuosa tra autorganizzazione sociale, democrazia e azione diretta che ha prodotto una reazione a catena incontrollabile: la disobbedienza sociale non è più prerogativa di gruppi sempre più striminziti di "professionisti della protesta" ma diventa l'alfabeto riconoscibile e riproducibile della ribellione sociale diffusa per la riappropriazione delle 3D: diritti democrazia, dignità.

Melfi è situata in Basilicata, al confine con le terre pugliesi e campane, in una landa che conosceva tradizioni agricole e rurali e di cui ancora oggi conserva le caratteristiche principali, in termini di paesaggio.

Almeno fino a quando non si superano gli ultimi paesi prima di arrivare alla fabbrica modello del toyotismo italiano. Da quei punti in poi, comincia la distesa cementizia che ha riconformato i luoghi rurali di un tempo per dargli l’aspetto dello sviluppo e del progresso.

Ma soprattutto, da quel momento comincia una nuova concezione del tempo, comincia a farsi visibile il comando imperiale sulla vita degli individui, si concretizza la scelta in termini di soggettivizzazione del potere padronale, scelta intesa a disciplinare le vite in ambiti insopportabili che ti tolgono dalle otto ore in su di vita (oltre alle ore di lavoro quante saranno quelle perse agli affetti solo per spostarsi?).

A partire dal 16 di aprile, quando gli operai dell’indotto cominciano a scioperare per ottenere il pre-contratto, per la prima volta da quando è nata questa nuova conformazione territoriale e della vita si verifica un fatto assolutamente inaudito: la rottura della disciplina imposta dal fiore all’occhiello del gruppo Fiat.

Nessuno aveva scioperato (almeno in questi termini e con queste modalità) prima d’allora. Le uniche forme di dissenso rimanevano relegate all’ambito privato delle dimissioni (almeno 1800, in una terra conosciuta innanzitutto per il suo tasso di disoccupazione), nella individuale scelta di fuga. O quando si esprimevano in altri modi trovavano subito il muro invalicabile delle sanzioni disciplinari che poneva un argine repressivo alla volontà di trasformazione. Se hai tre sanzioni per lo stesso motivo, dice il contratto, sei nelle mani del padrone: licenziabile e con uno stigma pesante da scrollarti di dosso, laddove tutto ciò che, in termini industriali, si muove sul territorio è legato a filo doppio alle commesse della Fiat e alle sue regole. Ed a Melfi praticamente ogni lavoratore ha almeno 2 provvedimenti disciplinari, purtroppo non “guadagnati” neanche con la lotta ma innanzitutto grazie ai pretesti utilizzati dall’azienda.

E, infatti, il modello Melfi è singolare anche per questo: la disciplina si crea in svariati modi, prima cercandosi di accattivare la giovane manovalanza con il sogno della fabbrica integrata, con le favole del “prato verde”, con i bei colori interni che non ti fanno mai annoiare; poi con la più classica repressione in ottica Romiti.

Si sa che la questione della disciplina è sempre stata particolarmente a cuore alla dirigenza Fiat. Oggi ci viene ricordato che nell’ottica aziendale “prima si costruiscono gli uomini, poi i prodotti”. Lo disse Romiti. Potenza di Foucault!

Ma quella disciplina è ormai rotta.

Quello che differenzia la lotta di Melfi rispetto a quella di Termini Imerese sta probabilmente soprattutto in questo. A Termini Imprese si difendeva il posto di lavoro attraverso uno schema "cieco", per dirla con le parole di Franco Piperno, cieco non perché povero nelle forme del conflitto e nella sua capacità di generalizzarlo e radicalizzarlo, ma perché non riusciva a guardare alla complessità del meridione d’Italia e riproponeva il più classico degli interventi dello stato (e quindi della collettività, attraverso l’imposizione fiscale) per risolvere una situazione in sé drammatica attraverso una soluzione altrettanto drammatica: la conservazione di un posto di lavoro di merda, di un salario di merda, di una fabbrica che avvelena le nostre terre, per produrre altre macchine che a loro volta ci avvelenano la nostra vita. Era il modello che, da sempre in Italia, ha permesso al capitalismo familistico di Fiat e di altri di andare avanti dal dopoguerra in poi.

Melfi invece lotta per il tempo.

Contro il tempo imposto della fabbrica si sono ribellati gli operai e le loro famiglie, le reti di solidarietà dei/lle compagni/e che si sono strette intorno a chi ha rotto quella sorta di omertà quasi come ci si trovasse in chissà quale quartiere di Napoli o Bari, Catanzaro o Palermo davanti al ricatto di organizzazioni criminali. Già, organizzazioni criminali! La Fiat. Organizzazioni armate di armi contundenti: la Fiat.

Organizzazioni prive del senso di comunità, della partecipazione democratica: la Fiat. Organizzazioni che ti vogliono togliere ciò che è tuo dall’origine: la dignità!

Per questo quella che poteva essere una “semplice” protesta sindacale per migliorare i turni e le condizioni di lavoro ha visto la partecipazione di così tanti soggetti, così diversi.

La lotta operaia si è fatta insorgenza moltitudinaria e riscuote sempre più consensi: la radicalizzazione delle forme di lotta con i picchetti ad oltranza, non hanno generato un'emarginazione di chi li portava avanti, ma esattamente il contrario, la marginalizzazione di chi cercava di contrastarli, di quei sindacati che hanno svelato in modo inequivocabile la loro funzione di controllo e repressione.

Esattamente come a Scanzano, radicalità e consenso sono interconnesse in un meccanismo di partecipazione diffusa, nel quale è difficile capire chi guida la protesta. In questo senso la rivolta di Melfi non è la rivolta delle organizzazioni sindacali che hanno scelto di rompere con la concertazione, queste sono semplicemente costrette a sforzarsi di rincorrere gli eventi inaspettati e indomabili della ribellione sociale.

Questa lotta è del territorio in cui sono immersi i lavoratori che da Foggia a Potenza macinano chilometri su chilometri ogni giorno. C’è una comunità immensa dietro i lavoratori di Melfi, una comunità che sta esprimendo, direttamente o sostenendo gli scioperi, la volontà di alzare la testa e rompere il disciplinamento, il contingentamento del tempo.

Non si vive di solo salario (soprattutto quando è così basso)! Non si vive di precarietà!

E’ qui che salta agli occhi la forza di Melfi, nella rottura del senso di precarietà esistenziale che il lavoro, anche a tempo pieno e indeterminato, vuole produrre. Il capitale lo fa per convenienza economica, questo è certo. Lo fa perché c’è uno scontro in atto che l’impero ed il liberismo vogliono vincere ad ogni costo. Ma lo fa, soprattutto, per dominare la vita delle persone, per renderle docili, spogliarle della loro anima, della capacità di creare dissenso, rotture, conflitto.

A partire dal 16 aprile il dispositivo del dominio potrebbe fare un passo indietro.

In questo senso, certamente sarà fondamentale che si ottengano dei risultati concreti dal punto di vista della vertenza a Melfi, perchè qui si gioca una partita molto più complessa che riguarda i processi generali di ristrutturazione e precarizzazione del mondo del lavoro, di asservimento degli uomini e delle donne alle logiche del profitto.

Tuttavia ai cancelli di Melfi è cresciuta ulteriormente la "lezione di Scanzano", la consapevolezza che il conflitto e la disobbedienza diffusa sui territori sono l’unica arma possibile e necessaria per fermare la barbarie del neoliberismo ed imporre le diritti, dignità e democrazia.

E forse, questa piccola lezione, vale molto di più di mille conquiste vertenziali.

***


 

Da "Catena di S. Libero"

 Fiat. I manganelli che si alzano e si abbassano, i celerini col casco, le tute degli operai. Storia antica. Questa volta, pero', appare a tutti retro', un vecchio documentario di Rai Sat. A differenza di Avola o Genova, i celerini si sono comportartati - dicono - abbastanza
umanamente: manganellate leggere (dicono i giornalisti) e con rincrescimento. Insomma, ci siamo civilizzati un po' tutti. Quelli che non si sono civilizzati affatto sono i dirigenti di fabbrica, quelli che anticamente si chiamavano "i servi del padrone". Leggendo attentamente le cronache, infatti, si evince che dei pullmann di crumiri che hanno cercato di rompere i picchetti la maggior parte erano semivuoti: uno solo era pieno, ed era esattamente quello in cui erano stati imbarcati tutti i capireparto. Ora, questa e' una cosa vecchia
come il cucco: la direzione, in via ufficiosa, fa sapere che chi vuol conservare i gradi deve dimostrare coi fatti il proprio attaccamento all'azienda. Non c'e' un ordine scritto ma una di quelle proposte, come diceva quel tale, che non si possono rifiutare. E' esattamente la tecnica adottata in tutti gli stabilimenti Fiat negli ultimi sessant'anni: mobilitare i capetti, portarli al tafferuglio con gli operai, e poi scatenare la celere per "calmare la massa". Io personalmente l'avro' vista una trentina di volte. E' il modo con cui la famiglia Agnelli ha gestito generazione dopo generazione la principale azienda italiana, tecnologicamente cosi'
cosi', managerialmente medievale, e protetta con tutti i mezzi dallo stato italiano. Altro che communismo! Non c'e' mai stata una fabbrica piu' communista della Fiat, nel senso di grande azienda di stato, finanziata coi soldi pubblici per produrre Trabant e ville per la nomenklatura. Adesso la famiglia allargata Agnelli, le cui centinaia di membri possiedono la Fiat pur non avendo mai fatto un cazzo in vita loro (unico caso al mondo a parte la famiglia saudita) torna a battere cassa dallo stato: per salvare la Fiat, difendere l'industria nazionale e
altre menate. Bene: stavolta gli Agnelli se vogliono i soldi nostri imparino un po' l'educazione. Comincino a licenziare i dirigenti che hanno organizzato i pullmann di crumiri. Oppure nazionalizziamo la Fiat, come diceva Cossiga, pagandola esattamente un euro: con tutte le migliaia di miliardi che gli abbiamo regalati, il conto fra lo stato italiano e la famiglia Agnelli e' esattamente questo.

Lettera Aperta

< Egr.dott. Sorgi, oltre a aggiornare i suoi lettori sulle fondamentali vicende all'interno della casa del Grande Fratello, potrebbe ricordare loro che da parecchi giorni lo stabilimento Fiat di Melfi e' bloccato da uno sciopero degli operai che chiedono un lavoro piu' dignitoso? Sul
giornale che Ella dirige, venerdi' 23 aprile, manco una righina che sia una. D'accordo. Non bisogna disturbare troppo il "manovratore" che vi passa lo stipendio, ma non crede che stiate esagerando? Per inserire la notizia in modo da non allarmare i suoi lettori, mi permetto di suggerirle una piccola rubrica dove poter inserire la notizia (rubo il titolo alla Settimana Enigmistica) STRANO, MA VERO. Strano: dei giovani operai stanno lottando a Melfi. Vero: non vi abbiamo detto nulla sinora, ma un sussulto di dignita' giornalistica ci ha fatto rinsavire >


 

     ***


Ai tempi della prima repubblica la FIAT era l'esempio fulgido del liberismo assistito italiano: i profitti andavano ai padroni, e le perdite venivano finanziate dallo stato. Ai tempi della seconda repubblica per la FIAT le cose si sono messe male.

Negli ultimi mesi è parso che l'azienda riprendesse fiato, grazie all'aumento dei ritmi di lavoro, all'intensificazione dello sfruttamento, e grazie ai bassi salari e alla differenziazione salariale in alcuni stabilimenti, come quello di Melfi . Ed è a Melfi che la rivolta è scoppiata. La carica rabbiosa dei poliziotti contro gli operai ci segnala il fatto che siamo ormai giunti al punto limite. Non si tratta di rispondere alla provocazione con la violenza. Si tratta di cogliere questa occasione per costruire il programma di alternativa da mettere al centro di un'offensiva sociale generalizzata. Per il salario e per la libertà. Ogni volta che la FIAT esplode, per la politica italiana la resa dei conti si avvicina .

Nella primavera del 1969 le lotte autonome prepararono la più grande esplosione sociale della nostra storia, l'autunno caldo. E quando gli operai di Mirafiori scesero in piazza per protestare, il 3 luglio, ci fu una giornata di battaglia campale a Corso Traiano, e il giorno dopo cadde il governo. Negli anni '70 le lotte di Mirafiori guidarono la classe operaia italiana, segnando i momenti di scontro più alto, e di più avanzata autonomia. E come sono sempre stati avanguardia nella lotta per il miglioramento dei salari e per la riduzione dello sfruttamento, così gli operai della FIAT sono stati i primi a subire l'offensiva padronale, nei momenti di ripiegamento e di sconfitta. Quando, nel 1979, Agnelli licenziò 61 operai autonomi, questo fu il segnale dell'inizio di una controffensiva politica padronale che negli anni successivi proseguì spietata. Nel 1980 i licenziamenti furono 25000. Il sindacato, che non aveva reagito contro i 61 licenziamenti del '79, tentò disperatamente di opporsi all'espulsione di massa dell'80. Ma il clima politico era cambiato profondamente, e stava aprendosi la lunga fase dell'offensiva padronale. La società italiana si spostava a destra, il ricatto lavorista funzionava, 40000 impiegati manifestarono contro gli operai. Erano gli anni di Reagan, di Thatcher, gli anni di Craxi. Un signore chiamato Berlusconi mandava in onda l'arroganza di un ceto di sgomitatori che voleva rinnovare l'Italia. E l'hanno rinnovata. L'hanno trasformata in un paese di sgomitatori solitari che subisce nell'isolamento individuale qualsiasi angheria, qualsiasi sfruttamento. L'hanno trasformata in un paese di ignoranti, un paese in cui la ricerca e l'innovazione non contano niente e non sono finanziate dallo stato né dai privati. Un paese governato da partiti che rappresentano la mafia siciliana e il razzismo lombardo Un paese in cui i salari sono fermi da un decennio con la complicità dei sindacati concertativi, e il costo della vita è raddoppiato in tre anni.

Ma oggi si ripresentano sulla scena gli operai della FIAT. Tutti dobbiamo rispondere al loro appello. E' l'occasione per mandare a casa il governo di ignoranti e mascalzoni che devasta da tre anni il paese. Ma sappiamo che, al momento attuale, non esiste alcuna alternativa politica: non sono un'alternativa gli eredi dello stalinismo italiano convertiti al liberismo ragionevole. L'alternativa sociale va prodotta, e le condizioni migliori per farlo sono quelle di un'insorgenza sociale di massa. Si stanno preparando le condizioni di un'esplosione di cui nessuno per il momento sembra poter prendere la direzione. E in casi come questi il pericolo è che la direzione dell'esplosione sociale venga presa in mano dai fascisti e dalla mafia. Il presidente del consiglio negli ultimi mesi ha cominciato a prepararsi a questo: denuncia i politici come ladri, e assume toni da eversore, come se fosse già all'opposizione. Si prepara a guidare da destra un'esplosione sociale che nessuna sinistra ha voglia né capacità di guidare. L'appello che proviene dagli operai di Melfi va accolto come l'occasione per preparare quell'alternativa che oggi non esiste.  L'esplosione sociale può avere carattere progressivo, pacifico, e sociale se avrà come obiettivo l'aumento dei salari, la riduzione dello sfruttamento, la redistribuzione della ricchezza sociale. Ma se non accadrà questo possiamo stare certi che l'esplosione ci sarà ugualmente, ed avrà carattere populista ed aggressivo, si rivolgerà ai risparmiatori ed ai piccoli proprietari, e porterà il paese a scendere l'ultimo gradino che porta al baratro della guerra civile e del fascismo.

Gli operai di Melfi ci danno un'indicazione: LANCIARE SUBITO L'OFFENSIVA SOCIALE PER L'AUMENTO GENERALIZZATO DEI SALARI CONTRO IL SUPERSFRUTTAMENTO


LA  PRIMAVERA  DEGLI OPERAI  DI  MELFI   (1)


 

20 Aprile 2004


 

Alla Fiat di Melfi esplode l'indotto

 

Cassa integrazione a catena nelle aziende di componentistica, dalle realtà più piccole alle multinazionali come la Valeo e la Johnson. Gli operai esasperati bloccano all'ingresso i camion carichi di automobili. Ma i sindacati sono divisi

 

I cinque ingressi che portano allo stabilimento di Melfi sono presidiati da folti gruppi di operai. Le strade bloccate per oltre un chilometro da una lunga fila di camion fermi, tra le bisarche che hanno già caricato le auto e non possono lasciare l'area industriale, e i tir che non possono entrare a scaricare le merci. Questo lo scenario che annuncia una delle prime «vere» proteste nei confronti dello stabilimento potentino, il fiore all'occhiello della Fiat. Segno che la crisi dell'automobile italiana è arrivata fino alle linee lucane simbolo dell'efficienza del modello just in time. E se scioperano anche i lavoratori di Melfi - sempre sotto ricatto aziendale per la produzione della nuova Punto e della lancia Y a ciclo continuo - è evidente quanto il terremoto al Lingotto sia lontano dalla fase di assestamento. Il Consorzio Acm (Autocomponentistica del Mezzogiorno), che riunisce le 21 aziende dell'indotto, annaspa e mette in cassa integrazione i dipendenti. In particolare si tratta dell'Imam (azienda di stampaggio di lamierati), della Recoflex, della Valeo (multinazionale francese specializzata nella produzione di cavi per il cablaggio), dell'Avril (impegnata nel trasferimento di pezzi e materiali tra le linee), della Lear; a cui si aggiungono la Sistemi sospensioni Magneti Marelli e la Johnson Control (multinazionale americana produttrice di pannelli per auto). Un'ondata di «stop» che nasconde il taglio dei costi, la delocalizzazione delle produzioni e coinvolge circa 600 lavoratori. La Fiom e gli operai conoscono i sintomi del calo delle commesse: s'inizia con l'indotto per travolgere, in un percorso quasi obbligato, l'intero stabilimento. E ieri mattina davanti ai cancelli hanno deciso all'unanimità, compresi gli iscritti di Fim e Uilm, di proclamare lo sciopero ad oltranza «per affermare migliori condizioni di lavoro». Ma anche perché dopo l'inizio dei blocchi per Avril e Magneti Marelli, la Fiat nel week-end ha deciso di «aggirare» la protesta «mettendo in libertà» tutti gli 800 lavoratori di San Nicola, invece di attivare gli ammortizzatori sociali. Sulla vicenda è intervenuto anche Gianni Rinaldini, segretario Fiom, definendo il provvedimento disciplinare «la solita reazione della Fiat di chiusura ad ogni confronto e di scelte antisindacali». «Noi appoggiamo la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di Melfi - ha detto aggiunto il leader Fiom - perché le loro lotte sono l'espressione più corretta e vera per riaffermare la giustizia nel mondo del lavoro».


 

Nel frattempo a Melfi dicono di essere «stanchi di continue promesse» e di «volere garanzie scritte nero su bianco». «Noi da qui non andiamo via», dice Mauro Altavela, 32 anni, da 10 impiegato alla Lear, che con i suoi 350 addetti è la più grande azienda dell'indotto che produce i sedili per le autovetture. «Non si tratta solo della cassa integrazione - continua Altavela - il nostro contratto non ci viene rinnovato da anni, e dal 2000 non abbiamo l'adeguamento, mentre alcune aziende come la Valeo continuano a chiedere commesse in Tunisia». Ma non basta. Sembra, infatti, che i lavoratori debbano condurre una doppia battaglia, da una parte contro l'amministrazione e le società che «gestiscono» Melfi, dall'altra contro le stesse organizzazioni sindacali della Fim, Uilm, Fismic. I sindacati hanno, infatti, condannato duramente la Fiom e bollato come «improvvisato, inopportuno e controproducente» lo sciopero avviato nello stabilimento di San Nicola. Quindi si starebbero preparando a stilare un documento «alternativo», che dovrebbe spiegare ai lavoratori misure «più costruttive». Pronta la risposta dei delegati di Fiom, Failms, Slai-Cobas e Ugl, che invece nella riunione di ieri pomeriggio hanno deciso di continuare il blocco dell'area industriale. Nel documento consegnato alla Fiat si chiede di conoscere le prospettive occupazionali dello stabilimento, il pagamento delle ore non lavorate a causa di scioperi delle aziende «terziarizzate», il rinnovo del contratto scaduto nel `99, la modifica degli orari di lavoro con il superamento della «doppia battuta» (il turno notturno ripetuto per due settimane consecutive). Secondo Giuseppe Cillis segretario Fiom del Potentino «la Fiat può risolvere questa situazione di Melfi».


 

Nel frattempo le ragioni della mobilitazione rimbalzano in politica. Mario Lettieri (Margherita) ha chiesto al ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, di «attivare con urgenza un serio confronto» con la Fiat. Mentre per il senatore Piero Di Siena, della sinistra Ds «la misura è colma». «Sarebbe necessario che la regione facesse proposte e indicasse prospettive per definire una politica industriale dell'auto in Basilicata - ha affermato Di Siena - Ma ci vorrebbe anche un'iniziativa del governo, da sempre sostanzialmente latitante sulla vicenda Fiat, che resta comunque critica».


 


 

21 Aprile


 

Sciopero a oltranza a Melfi 
 

Ritmi inumani alla Fiat, gli operai bloccano la fabbrica
 

Presidi e strade sbarrate, nessun camion entra o esce dalla zona industriale di Melfi. Allo stabilimento lucano della Fiat la lotta è sempre durissima, soprattutto dopo che ieri l'azienda ha chiuso porte e finestre al dialogo. «Non ci sono le condizioni per discutere», ha fatto sapere la dirigenza con una nota. Diffusa forse anche per giustificare d'aver «marinato» un importante incontro, organizzato dalla Regione settimane fa, in cui si doveva discutere il futuro di Melfi. Gli operai chiedono una revisione dei turni (che oggi li obbligano a lavorare anche due settimane di fila nel turno di notte) e stipendi più alti. Oggi di sicuro c'è invece solo una cosa: che dal 2005 la produzione della Lancia Y andrà a Termini Imerese. E che molti lavoratori, quindi, rischieranno il posto. La Fiat quindi non sembra disposta alla discussione. Per Rinaldini, Fiom, c'è una strategia precisa: «L'azienda vuole far salire la tensione». E il sottosegretario al welfare Sacconi interviene a modo suo nella crisi: «La Fiom è isolata, bisogna sconfiggere la sua linea politica». Parole che per Pagliarulo (Pdci) sono «deliranti». Anche perché i metalmeccanici della Cgil sembrano tutt'altro che isolati a Melfi: i delegati di Fim e Uilm appoggiano la protesta. «Chi sta dentro la fabbrica sa benissimo com'è la situazione», dice Giorgia Calamita, una delegata della Fiom. E i lavoratori incassano la solidarietà delle istituzioni: sindaci e politici locali hanno invitato la Fiat a intavolare una discussione. Sostegno anche dai lavoratori di Termini Imerese. In serata la Fiom ha confermato la linea dura: i blocchi proseguiranno anche oggi.

 

Melfi, l'azienda resta sorda Il blocco continua 
 

Presidi e strade sbarrate ai camion nello stabilimento lucano della Fiat. Il management: «Non ci sono le condizioni per discutere». Rinaldini (Fiom): «Un atteggiamento inqualificabile». Il sottosegretario Sacconi all'attacco: «Bisogna sconfiggere la Fiom». Pagliarulo (Pdci): «Delira»
 

Melfi è una pentola a pressione e ora il coperchio rischia di saltare. Anche ieri i blocchi organizzati dalla Fiom hanno impedito l'accesso dei tir a San Nicola, l'area industriale della città lucana. Così lo stabilimento Fiat e le 21 aziende dell'indotto sono rimaste ferme, i lavoratori sono stati messi in libertà, ma hanno deciso di rimanere fino alla fine del turno per non perdere lo stipendio. È la terza volta che succede in pochi giorni: un altro giro di una giostra impazzita, che va sempre più veloce e che Fiat non sembra voler fermare. L'azienda per tutta la giornata ha rifiutato d'incontrare la Fiom. «Non ci sono le condizioni per discutere», ha fatto sapere a tarda sera, senza precisare quali poi siano queste «condizioni». E già in mattinata aveva disertato un incontro in Regione, organizzato da settimane per discutere il trasferimento a Termini Imerese di alcune linee di produzione (Lancia Y in testa). Giorgio Giva, che per mestiere cura le relazioni industriali di Fiat, ha preferito non rispettare l'impegno. Così, dall'assessore alle attività produttive Carmine Nigro sono andati solo i sindacati. Per la Fiom c'era Lello Raffo, responsabile del settore auto per la Fiom. «Sono 4 anni che noi non abbiamo un incontro con l'azienda», commenta.

 

E sì che di cose da dirsi sindacati e Fiat ne avrebbero. Da tempo i lavoratori chiedono tre cose: un aumento dei salari, una revisione dei turni (quelli attuali costringono spesso a 12 turni di notte consecutivi), un miglioramento delle condizioni di lavoro nello stabilimento. Sono richieste semplici, che l'azienda non nega: semplicemente le ignora. «Che la Fiat rifiuti il negoziato è inqualificabile, non può fare quello che vuole», ha commentato il segretario nazionale della Fiom Gianni Rinaldini. Rinaldini ha anche confermato che i lavoratori sono decisi a tener duro, fino a quando l'azienda non vorrà discutere. Anche se - dice il sindacalista - la scelta della Fiat sembra dettata da una precisa strategia: «Quella di far crescere la tensione. Si tratta, in tutta evidenza, di una scelta non solo molto grave ma, letteralmente, irresponsabile».

 

Se Fiat non parla con la Fiom, il governo lo fa per insultare. Almeno stando alla serena dichiarazione del sottosegretario al welfare Sacconi, secondo cui la Fiom «continua a isolarsi dalle altre organizzazioni sindacali e a utilizzare ogni occasione per perseguire obiettivi di puro luddismo». Si deve quindi, prosegue Sacconi, determinare «la sconfitta politica della Fiom-Cgil». Parole che, chissà perché, appaiono «deliranti», a Gianfranco Pagliarulo, senatore dei Comunisti italiani.

 

Anche perché, stando a quel che raccontano da Melfi, la Fiom è tutt'altro che isolata. «I delegati di tutte le sigle sono d'accordo con noi e ci aiutano», secondo Giorgia Calamita, dei metalmeccanici Cgil. «Forse - aggiunge Calamita - i vertici di Fim e Uilm possono avere opinioni diverse. Ma chi lavora qui sa come stanno le cose». E isolati non sono neanche i lavoratori, che ieri hanno incassato la solidarietà di autorità e politici (dal sindaco di Bella, cittadina vicina a Potenza, al diessino Di Siena, che invita l'azienda a «ricondurre la situazione alla normalità». Ma anche la collaborazione di protagonisti inaspettati. Racconta Lello Raffo: «Abbiamo fatto un accordo con i trasportatori della Barilla. Sono gli unici che non riforniscono l'indotto Fiat e quindi li lasciamo passare. In cambio ci danno pasta e merendine. E cartoni da bruciare, perché qui fa un freddo fottuto».
 

L'espressione di solidarietà più bella e apprezzata, però, è stata un'altra: quella degli operai di Termini Imerese. Lo stabilimento, cioè, che dovrebbe produrre la Lancia Y al posto di Melfi. Un segnale importante, che tradotto più o meno significa: coraggio, che siamo tutti nella stessa barca. 
 


 

22 Aprile

 

Assedio operaio alla Fiat di Melfi

 

Terza giornata di blocchi contro i ritmi troppo intensi. Fabbrica ferma. Massiccia presenza di forze dell'ordine. Azienda sempre più nervosa. Prove di dialogo sindacale

 

Tensioni incrociate e crescenti a Melfi. Per tutto ieri il blocco degli operai allo stabilimento Fiat ha retto, ma si è sfiorato lo scontro tra lavoratori e poliziotti in tenuta antisommossa. Che nel primo pomeriggio hanno preso controllo di uno dei cinque presidi, senza comunque che ci fossero incidenti. La protesta, durissima, va avanti da giorni. In discussione ci sono le condizioni di lavoro, in particolare i turni. I 5 mila di Melfi lavorano infatti secondo il modello velocizzato di catena di montaggio. Che si chiama Tmc2 e in due parole significa: turni massacranti (ad esempio due settimane consecutive di notti, anche per le donne) e paga bassa.
 

Il blocco dello stabilimento lucano sta provocando effetti a catena: a Mirafiori, la Fiat ha messo in libertà i lavoratori dell'ultimo turno di ieri e del primo di oggi: «I pezzi da Melfi non arrivano, potete andare a casa». È probabile che la produzione rimanga ferma tutta la giornata.
 

L'azienda, secondo la Fiom, ha cercato apertamente la provocazione: «Sta telefonando - denuncia il segretario generale Rinaldini - ai singoli lavoratori per invitarli a entrare nello stabilimento». Due pullman carichi di 100 capi-giovani responsabili di reparto, quindi assai sensibili ai richiami dell'azienda - hanno cercato di forzare il blocco. Dicevano di volersi mettere al lavoro, ma sono poi stati costretti a rinunciare e tornare a casa. «Nessuno dei lavoratori nel presidio ha fatto nulla - dice Lello Raffo, Fiom - eppure i bus hanno fatto retromarcia e i capi hanno denunciato chissà quali intimidazioni».
 

Qualche ora dopo, la Fiat ha utilizzato addirittura un elicottero per trasportare dei pezzi da Melfi allo stabilimento Sevel di Pomigliano, dove si producono i furgoncini Ducato. Per Raffo è un comportamento al limite dell'incredibile: l'azienda non ha bisogno di usare elicotteri, «ha un modo molto più semplice per risolvere il problema: convocare l'incontro chiesto dai lavoratori».
 

Ma il nervosismo che ha percorso la giornata ha anche causato un riavvicinamento nelle posizioni dei sindacati. almeno dopo che Fim e Uilm hanno rinunciato al proposito di indire una «contromanifestazione» in difesa degli operai che vogliono lavorare. Un segnale di distensione, cui ne è seguito un altro: per oggi alle 18 è prevista un incontro comune per discutere sulla situazione dello stabilimento.
 

Nessun avvicinamento invece sul fronte della Fiat. L'azienda per tutta la giornata è rimasta muta, dopo che martedì aveva confermato la sua indisponibilità a un confronto con la vaghissima spiegazione che «mancano le condizioni». I sindacati si sono appellati al governo, perché spinga l'azienda a sedersi al tavolo.
 

Continua l'assedio di Melfi

 

Terzo giorno consecutivo di blocchi ieri allo stabilimento «modello» della Fiat, dove si lavora molto e guadagna poco. L'unico risparmiato dalla cassa integrazione, «grazie» gli orari da robot: due settimane consecutive nel turno di notte. La Fiom chiede all'azienda di sedersi a un tavolo. «Altrimenti deve intervenire il governo»

 

È sempre più tesa la situazione davanti ai cancelli della Fiat Sata di Melfi, i blocchi continuano e nuovi lavoratori si aggiungono allo sciopero. Ieri le segreterie dei sindacati contrari alle manifestazioni - Fim Cisl, Uilm e Fismic - hanno addirittura pensato di organizzare una contromanifestazione per «affermare il diritto al lavoro di chi non è d'accordo con le proteste». I segretari si sono dovuti beccare più di un fischio da iscritti e delegati, e diverse Rsu - che avevano già firmato un documento comune con Fiom Cgil e Cobas - hanno deciso di tornare ai presidi accanto ai colleghi: l'assemblea è terminata dunque con l'invito a «ritrovare l'unità» invece che con l'atteso «contromanifestiamo». In effetti non è più questione di sigla, qui a Melfi si scoppia davvero e la Fiat deve trattare. Altrimenti il lavoro non riprenderà. Gli operai dello stabilimento «modello» della Fiat - la produttività più alta con il salario più basso - non ce la fanno più a sopportare. E dire che i denti li hanno stretti nei dieci anni dall'apertura della fabbrica: hanno dovuto digerire oltre 7.500 contestazioni disciplinari, sospensioni, licenziamenti a raffica dei delegati sindacali. «Non siamo ribelli, la nostra non è una rivolta - ci tengono a correggere un cronista forse un po' troppo influenzato dal linguaggio televisivo - Siamo qui per difendere i nostri diritti, è uno sciopero pacifico». Il primo di queste dimensioni dall'apertura della Sata. Sì, gli operai hanno proprio rialzato la testa.

 

Eppure lo spiegamento delle forze dell'ordine è quello delle grandi occasioni, i poliziotti sono diverse decine e hanno indossato gli indumenti antisommossa. Le dichiarazioni del governo - Sacconi e Maroni - e delle autorità locali - il sindaco di Melfi, di Forza Italia, e il prefetto - d'altra parte sono state tutte di un unico segno: i lavoratori creano problemi di ordine pubblico, teniamoli sotto controllo ed evitiamo che si degeneri. «Nessuno ha chiesto come mai gli operai protestassero - dice Antonio Pepe, segretario provinciale della Cgil - Abbiamo scritto al prefetto, abbiamo cercato un incontro con l'azienda. Nulla. Veniamo ignorati dal governo e dalla Fiat, che non tiene in alcuna considerazione le Rsu. Siamo tornati alla Mirafiori degli anni Cinquanta».

 

Ma cosa chiedono gli operai della Sata? E perché l'indotto - tutte le fabbriche che forniscono i componenti alla casa madre - sono con loro? A esporci la piattaforma è Giuseppe Cillis, segretario provinciale Fiom: «Chiediamo un miglioramento delle condizioni di lavoro, l'equiparazione salariale a tutti gli altri stabilimenti Fiat, una turistica più umana, con il superamento della doppia battuta». Bisogna sapere infatti che la fabbrica di Melfi è stato l'unico stabilimento risparmiato dalla cassa integrazione che sta martoriando le altre fabbriche Fiat proprio per il fatto che è convenientissimo: i 5 mila addetti lavorano con il Tmc2 - modello velocizzato di catena di montaggio - e soprattutto - caso unico - sono costretti a subire la cosiddetta «doppia battuta», ovvero turni di 12 o 15 notti consecutive, una vera mazzata anche per i cavalli. «In pratica - spiega uno degli operai - la prima settimana faccio il pomeriggio, ore 14-22, la seconda lavoro la mattina, dalle 6 alle 14 e per le successive due settimane la notte, dalle 22 alle 6 del mattino».

 

Si comincia la domenica notte e si finisce il sabato mattina, per poi riprendere subito la domenica notte successiva e chiudere (se dio vuole) il sabato mattina. E così per tutti i mesi. Negli stabilimenti del resto d'Italia, al contrario, si fa solo una settimana di notte. Senza contare che qui la «doppia battuta» tocca pure alle donne, mentre in tutta Italia le operaie Fiat sono risparmiate dal turno notturno. E non basta ancora: la discriminazione è anche salariale. Il lavoro notturno è valutato in tutti gli altri stabilimenti Fiat il 60,5%, qui a Melfi il 45%. Insomma, saremo mica dei caproni? Chi ha alzato la testa, soprattutto negli ultimi tre anni, si è così dovuto beccare le ire funeste dei dirigenti. «Basta un nulla - dice Pepe - e ti danno subito tre giorni di sospensione, senza passare neppure per contestazioni più leggere». I racconti di piccoli episodi sfociati in grosse punizioni si sprecano: «Vuoi che ti compriamo un altro taccuino? Quello che hai non basta», dicono gli operai. Contestazioni disciplinari per alcune briciole di un panino trovate sul pavimento, o per un giubbino appeso male. Perché non si ha la tuta di lavoro - «ma in molti casi è l'azienda a non fornircela», spiega il delegato Fiom Giovanni Barozzino - o, motivo meno futile, perché un capetto ti ha imposto di eseguire delle operazioni nuove e per le quali non hai ricevuto uno straccio di formazione. Tu non le sai fare? Sospensione. Un altro capetto ti ha detto di non partecipare all'ultimo sciopero generale, quello del 26 marzo. Tu rispondi che vai: ancora tre giorni di sospensione. E poi ci sono i problemi di salute, dovuti ai turni e ai ritmi: «un'altissima percentuale di lavoratori ha problemi alla schiena e soffre di tunnel carpale, una patologia che colpisce i polsi», spiega il delegato Slai Cobas Michele Passannante. L'indotto subisce le stesse pressioni antisindacali, e adesso deve pure far fronte a 400 richieste di cassa integrazione perché i livelli produttivi si sono ridotti: basti pensare che la Sata è passata, dal 2000 a oggi, da 1500 macchine al giorno a 1200. Adesso tocca alla Fiat muoversi.

 

«Finora ci hanno solo provocato», dice Lello Raffo, responsabile nazionale auto Fiom. «Come è accaduto con gli autobus inviati oggi, 100 capi che dicevano di voler andare al lavoro. Nessuno dei lavoratori ha fatto nulla, ma i pullman hanno fatto retromarcia senza entrare in fabbrica dicendo che erano stati i presidi a intimidirli». L'incontro al sottosegretario Letta è stato richiesto, ieri c'è stata anche la solidarietà di cento deputati di tutti i gruppi che chiedono l'intervento di Berlusconi. «È giunto il momento che la presidenza del consiglio convochi le parti», dice il segretario generale Fiom Gianni Rinaldini. Ma la Fiat non ha ancora voluto sedersi al tavolo.

 


 

23 Aprile


 Il blocco di Melfi diventa nazionale Le lotte degli operai dello stabilimento «modello» hanno effetti a cascata. Critiche alle televisioni che non parlano delle manifestazioni. Flop del corteo dei quadri, di Fismic, Uilm e Fim: solo 150 persone. Ne avevano previste 4mila 
 

Stop totale degli stabilimenti Fiat italiani: ieri le fabbriche del gruppo torinese si sono fermate una dopo l'altra perché la protesta degli operai di Melfi, in sciopero da lunedì, ha ormai raggiunto dimensioni nazionali. La Fiat ha messo in libertà i lavoratori di Mirafiori, già fermi da mercoledì sera, e poi quelli di Termini Imerese. Successivamente è toccata alla Sevel Val Di Sangro: un «domino» deciso dall'azienda, che ha coinvolto oltre 7500 lavoratori, senza contare gli 8 mila lucani. Secondo la Fiat, la produzione si deve fermare perché non arrivano più i pezzi dallo stabilimento potentino (da ieri starebbero trasferendo materiale con gli elicotteri per evitare i blocchi). Lo stesso era accaduto nello scorso fine settimana qui a Melfi, quando i lavoratori della Sata erano stati messi in libertà perché quelli dell'indotto erano in sciopero. Serrate che non hanno fatto perdere consenso alla protesta di Melfi, ma che anzi l'hanno potenziata. I presidi decisi dai lavoratori della Sata stanno raccogliendo sempre più adesioni, e in Basilicata ci si prepara alla grande manifestazione nazionale di domani indetta dalle Rsu. Verranno anche i cittadini di Scanzano, già protagonisti della manifestazione contro il governo, che proprio in Basilicata voleva scaricare tutte le scorie nucleari del paese. «Ci saranno anche gli operai di Mirafiori, Termini Imerese, Termoli, Cassino, Pomigliano, Arese», afferma Lello Raffo della Fiom. Hanno aderito la Fiom nazionale e Piero Di Siena (Ds). La giornata di ieri è stata anche caratterizzata da una particolarissima manifestazione indetta dai sindacati contrari allo sciopero, Fim, Uilm e Fismic. Un piccolo corteo - 150 persone, di cui solo una cinquantina capi Ute e operai di Fiat e indotto - hanno marciato dietro uno striscione che recitava «La Fiat è una fabbrica...!!». Insomma, vogliamo lavorare - dicevano in sostanza - ma quelli di Fiom, Slai Cobas, Ugl e Failm che presidiano i cancelli non ci fanno entrare in fabbrica. A dire il vero, l'unico tentativo fatto da chi voleva recarsi al lavoro è stato il viaggio di un centinaio di capi Ute, blindati in due pullman. I lavoratori dei presidi hanno detto che potevano proseguire a piedi, ma nessuno di loro ha tentato di scendere: hanno deciso di fare retromarcia. Secondo i segretari di Fim, Uilm e Fismic, presenti alla «contromanifestazione», i lavoratori che vogliono rientrare sarebbero «la maggioranza», solo che in piazza, degli attesi 4 mila lavoratori più uno non c'è stata affatto traccia. «Noi siamo d'accordo su alcune posizioni di merito espresse da chi effettua i presidi - spiegano Liberato Canadà e Roberto Di Maulo, segretari di Fim e Fismic - Siamo per il superamento della doppia battuta (due turni uguali, anche notturni, di seguito, ndr)». E' l'unico punto in comune con la Fiom, perché sul mantenimento della settimana lavorativa di sei giorni e sulla equiparazione salariale con gli altri stabilimenti Fiat, Fim, Uilm e Fismic sembrano più possibilisti. Alla «contromanifestazione» si è fatto vedere anche il vescovo di Melfi, Gianfranco Todisco, che ha invece snobbato gli operai dei cancelli. Visiterà anche loro? «Ho saputo solo ieri delle proteste - ci ha risposto - Vorrei andare domani, ma devo seguire in processione la Madonna su per un paesino in montagna. Certo, vorrei sapere perché i lavoratori sono divisi, è una cosa che mi dispiace e spero che ritrovino l'unità». Tornando ai cancelli della Sata, moltissime sono le operaie presenti. Ci spiegano le difficoltà quotidiane, da madri e da donne, nell'affrontare la doppia battuta. «Fai una settimana di mattina - spiegano - poi due di notte e una di pomeriggio. Si ricomincia con 2 turni di mattina, poi uno di notte e due di pomeriggio». Sempre così, e una volta ogni anno e mezzo capitano anche tre settimane di seguito con lo stesso turno. Un vero massacro. «Non puoi fare vita sociale, sei prigioniero del lavoro, non pensi ad altro. Finisci il turno notturno la mattina del sabato e poi subito, domenica sera, devi tornare per fare un'altra settimana. Non c'è tempo di vedere i parenti, di badare ai nostri bambini». Un'altra operaia racconta la sua giornata durante i turni notturni: «Vengo al lavoro alle 22 ed esco alle 6 - ci spiega - Torno a casa, accompagno i bambini a scuola e mi metto a dormire per due ore. Mi sveglio alle 12 e preparo il pranzo. Mi rimetto a letto un altro paio di ore, faccio le faccende di casa, preparo la cena e alle 21 riparto per andare al turno». Ecco i robot della Sata: come si fa a resistere anni così senza scoppiare? Forti le proteste per la copertura mediatica: «Perché paghiamo il canone Rai - ci dice un'operaia - se al Tg1 e al Tg2 danno al massimo una notizia breve nelle edizioni notturne? Abbiamo visto un servizio al Tg3, ma, a parte quello, su di noi c'è il silenzio totale». Luisa LoVaglio, operaia invalida, spiega di essere stata «terziarizzata» e di aver rischiato di finire «tra i rifiuti, dopo la cassa integrazione». Tonino Innocenti era delegato Fiom: «Sono stato licenziato e adesso sono in causa per il reintegro». Anche l'indotto, spiegano Pasquale Suozzo, Alessandro Zenti e Vittorio Cilla (Fiom), è con gli operai Sata, soprattutto per il fatto che le 23 aziende aderenti al consorzio Acm sono sorde a qualsiasi dialogo. Eppure, nonostante la gestione «berlusconiana» dell'informazione, le cose a livello nazionale cominciano comunque a muoversi. Il governo non ha ancora convocato le parti, come chiedono Fiom e Cgil, ma la Fiat scalpita: ieri, attraverso il responsabile delle relazioni industriali Paolo Rebaudengo, ha dato la disponibilità a incontrare Fim, Uilm e Fismic. E la Fiom? «Non ce lo hanno chiesto», ha risposto Rebaudengo. Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini dice che la Fiat segue il metodo del «se c'ero, stavo dormendo».

 


 

24 Aprile

 

Melfi, la Fiat costretta a trattare

 

Colpo di scena nella vertenza per Melfi. La Fiat non solo è stata obbligata a riaprire il negoziato coi sindacati, ma ha anche deciso di convocare la Fiom, inizialmente esclusa

 

Negoziati notturni per la Fiat di Melfi. Ieri si è aperto un piccolo spiraglio nella vertenza per lo stabilimento «modello» del gruppo automobilistico. Già dalla tarda serata sono state avviate le prime trattative tra i sindacati e l'azienda per tentare di individuare proposte alternative all'iniziale piano di Torino. Nella concitazione della giornata, c'è stato anche un colpo di scena politico: la Fiat ha deciso infatti di convocare al tavolo anche la Fiom. L'azienda pare sia stata pressata in questo senso anche dagli altri sindacati, Fim-Cisl in testa, che giovedì avevano organizzato una manifestazione contro i blocchi degli operai di Melfi. La «contromanifestazione» è stata però un vero flop, solo 150 persone sulle 4000 previste e annunciate alla vigilia. Da qui, probabilmente, la decisione di chiedere l'allargamento del tavolo del negoziato anche alla Fiom. Come condizione, è stato chiesto alle rappresentanze sindacali di rimuovere i blocchi, ma la richiesta è stata respinta al mittente. Si tratta con i blocchi in piedi. Intanto alcuni rappresentanti della Fiom nazionale sono partiti da Melfi ieri pomeriggio per poter partecipare alle riunioni di Roma con l'azienda, mentre il segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani scende in campo per chiedere il ripristino di corrette relazioni industriali in tutto il gruppo Fiat.

 

La possibile svolta si era cominciata a profilare già dalla mattinata di ieri quando erano circolate delle voci sul possibile anticipo dell'incontro tra Fiat e Fim, Uilm e Fismic. La notizia della convocazione della trattativa senza la Fiom e quasi come premio alla «contromarcia» degli altri sindacati è suonata tra gli operai che stanno facendo i blocchi a Melfi come una vera provocazione. Poi però le cose si sono messe in un altro modo e nel corso della giornata è alla fine arrivata la notizia del coinvolgimento ufficiale della Fiom. In una intervista il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, spiega i motivi della scelta e che cosa si chiederà al tavolo con l'azienda. E' positivo, spiega il segretario della Fiom, che la Fiat abbia rivisto la sua iniziale impostazione. Ora però si dovrà discutere nel merito.

 

Notte d'attesa dunque. Solo questa mattina si potrà capire la situazione reale del negoziato. I tavoli di discussione sono rimasti aperti, ma è anche probabile che dopo la convocazione ci possa essere una nuova chiusura nei confronti della Fiom. Condizione per aprire il negoziato era appunto la fine dei presidi degli operai. Ma i presidi sono rimasti attivi.

 

La Fiat convoca la Fiom

 

Colpo di scena ieri nella vertenza di Melfi. La Fiat è stata costretta a coinvolgere anche la Fiom nelle trattative dopo il fallimento della contromanifestazione organizzata dagli altri sindacati. Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani chiede il ripristino di corrette relazioni industriali

 

Giornata concitatissima, quella di ieri, ai presidi davanti allo stabilimento Fiat Sata di Melfi. Le Rsu avevano in mattinata spiegato le modalità della manifestazione organizzata per oggi. Più tardi si era saputo che la Fiat aveva fissato a Roma l'incontro con le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Fismic, i sindacati che avevano organizzato la «contromanifestazione» di due giorni fa: la riunione si sarebbe tenuta alle 14. Verso le 17, nel pieno dell'assemblea dei delegati, piomba dalla capitale una notizia inaspettata: l'incontro di Roma è stato interrotto e riaggiornato alle 21 (sempre di ieri) perché Fim, Uilm e Fismic hanno chiesto alla Fiat di invitare al tavolo anche la Fiom, a patto però che vengano revocati i blocchi e riprenda regolarmente la produzione. Invito affrettato, dunque, e con precise condizioni: non è stata inviata neppure una comunicazione scritta, ma la convocazione è stata fatta «just in time», con una telefonata al coordinatore nazionale settore auto, Lello Raffo. Dopo qualche ora è arrivata la decisione, dettata alle agenzie dal segretario generale Fiom Gianni Rinaldini: «La Fiom parteciperà all'incontro di Roma con la Fiat e gli altri sindacati». Il segretario della Cgil Epifani, ha subito dopo aggiunto di auspicarsi «una ripresa delle corrette relazioni sindacali». Le pressioni sulla Fiat sembrano essere venute principalmente dalla Fim Cisl, che già dalle pagine del Sole24Ore di ieri, attraverso il segretario Caprioli, si auspicava che partecipassero «tutte le organizzazioni sindacali». Probabilmente, l'invito alla Fiom è il risultato del super flop della contromarcia di due giorni fa organizzata da Fim, Uilm e Fismic: una cinquantina di operai, soprattutto capi Ute (capireparto), accompagnati dalle famiglie e da altri simpatizzanti per raggiungere a stento 150 persone, avevano sfilato in città per chiedere la fine dei presidi e la ripresa della produzione.

 

«A togliere i presidi per il momento non ci pensiamo», hanno risposto le Rsu di Fiom, Slai Cobas, Failms e Ugl, ribadendo che la manifestazione indetta per le 10 di oggi si terrà regolarmente. «La discussione sui punti di merito alla base della protesta può cominciare a patto che nessuno ponga condizioni», è stata la conclusione dell'assemblea, spiega Giuseppe Cillis, il segretario della Fiom locale. E proprio per sottolineare che il futuro dei presidi si gioca sulle risposte che darà l'azienda, i delegati hanno presentato la piattaforma di richieste da discutere in una eventuale trattativa con la Fiat: al primo posto c'è l'eliminazione della cosiddetta «doppia battuta», cioè della ripetizione per due settimane consecutive dello stesso turno, con frequenza regolare anche notturno; l' equiparazione normativa e salariale dei lavoratori Fiat e delle aziende dell' indotto ai contratti applicati nel gruppo Fiat Auto e in quelli delle aziende dell'indotto con altri stabilimenti; la cessazione dei provvedimenti disciplinari; migliori condizioni di lavoro.

 

Intanto dal fronte aziendale sono arrivati i primi numeri sul «danno produttivo» causato dallo stop di tutti gli stabilimenti italiani: la Fiat dice che la perdita di produzione è pari a 12 mila vetture. Il Lingotto ha dunque (non a caso) ricordato «le pesanti conseguenze anche per i lavoratori che avranno riflessi negativi sul loro salario». La Fiat mette in evidenza anche il ruolo dello stabilimento di Melfi, nato nei primi anni `90 «con l'obiettivo di essere assolutamente all'avanguardia e in grado di competere con i più moderni impianti automobilistici del mondo», sulla base di «un patto tra azienda, governo e sindacato: l'accordo sindacale su condizioni e modalità di lavoro era stato siglato da tutte le organizzazioni, ancor prima che lo stabilimento entrasse in funzione». La Fiat snocciola dunque le cifre relative alla produzione: ha investito a Melfi circa 1,6 miliardi di euro, e qui si producono circa 1.200 vetture al giorno (Punto e Ypsilon), mentre è già stato annunciato che dal 2005 lo stabilimento sarà il produttore unico della vettura che sostituirà l'attuale Punto, con un ulteriore investimento di 640 milioni di euro nei prossimi tre anni.I lavoratori non sembrano farsi intimidire da questa caterva di cifre e in tarda serata erano già pronti a ricevere i partecipanti alla manifestazione di oggi. Si va dalle delegazioni dei diversi stabilimenti Fiat italiani, ai cittadini lucani e non che hanno già sostenuto le sorti della Basilicata nelle delicate vertenze di Scanzano (no al sito di scorie nucleari deciso dal governo) e di Rapolla (no all'elettrodotto inquinante).
 

Ma ci sono anche i pullman di studenti, ricorda il segretario della Camera del lavoro Antonio Viticci, e gli altri lavoratori della zona, come quelli della Barilla, ad esempio, contattati tutti in questi giorni dal segretario Cgil lucano Giannino Romaniello. Aderisce anche il senatore Ds Piero Di Siena, già ieri ai presidi, «perché - dice - qui a Melfi si gioca un'importantissima battaglia per migliorare le condizioni di lavoro e di cittadinanza di tante persone».

 

«Ripartiamo da noi»
 

Il segretario generale della Fiom spiega la decisione di partecipare al negoziato con la Fiat

 

«Qualcosa si è mosso, prendo atto del fatto che il confronto con le altre organizzazioni sindacali è stato sospeso e che riprenderà questa sera anche con la presenza della Fiom». Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom, commenta così, nella tarda serata di ieri, la notizia della sospensione dell'incontro romano tra Fiat e i sindacati Fim, Uilm e Fismic per invitare al tavolo la Fiom. «Per il momento, però - aggiunge subito dopo - non cambia nulla. Ci sediamo a quel tavolo con gli stessi obiettivi di merito ribaditi in questi giorni, mentre domani mattina (oggi per chi legge, ndr) saremo presenti alla manifestazione nazionale». Pensate che la Fiat possa intavolare un dialogo?

 

Quello che sta succedendo in Basilicata è il risultato di scelte che riguardano tutte le fabbriche del paese. L'obiettivo della Fiat fino a oggi è stato sempre lo stesso: il gruppo punta a peggiorare le condizioni lavorative e retributive dei dipendenti, strutturando all'interno degli stabilimenti un sistema gerarchico di puro comando. I lavoratori lucani hanno detto basta, e adesso chiedono un confronto serio. Ci auguriamo che le mobilitazioni di questi giorni contribuiscano a riaprire i negoziati.

 

Restano bloccati tutti i siti produttivi del gruppo di Torino: da Melfi si è creato una sorta di "domino" che ha fatto riesplodere la vertenza?

 

Che con la Fiat si debba discutere di tutti i siti è indubbio, ma ricordiamo che a bloccare la produzione e a mettere i lavoratori in libertà è stata la stessa azienda, scegliendo provocatoriamente e irresponsabilmente di innalzare la tensione. Qui a Melfi le proteste sono partite perché la Fiat ha messo in libertà i lavoratori della Sata dopo gli scioperi dell'indotto. I dipendenti delle imprese satellite hanno votato le piattaforme per i precontratti Fiom e da tempo chiedono di essere ascoltati, ma come nel caso della Fiat, l'Acm, il consorzio che rappresenta la controparte, è stato fino a oggi completamente sordo. Se a tutto questo sommiamo le pesanti condizioni di lavoro cui sono sottoposti gli operai, si capisce come mai gli addetti della casa madre e delle industrie di componentistica siano scesi in strada a pretendere il rispetto dei propri diritti.
 

Il cosiddetto "impianto modello" della Fiat è scoppiato. Gli operai-robot sono schiacciati dalla doppia battuta, due settimane di seguito con lo stesso turno, dal Tmc2, ritmi di produzione più veloci, e comprensibilmente non tollerano di essere retribuiti meno dei lavoratori degli altri stabilimenti. Un modello che si deve rivedere?

 

Certamente la doppia battuta non è più sostenibile, è necessaria un'inversione di rotta rispetto alla turnistica e agli orari, oltre naturalmente alla equiparazione salariale con gli altri siti Fiat. Ma noi crediamo che con la Fiat si debba parlare del futuro dell'intero settore auto italiano, perché è a rischio estinzione. Siamo convinti che sia necessario un intervento pubblico, oltre all'elaborazione di un piano di mobilità sostenibile. Bisogna puntare non alla riduzione dei costi, ma ad investire sull'innovazione, aspetto sul quale il gruppo torinese resta fortemente carente nonostante sia titolare di una delle produzioni di punta del paese. Come si può pensare che abbia un futuro certo un sito storico come quello di Mirafiori, se oggi produce solo 800 auto al giorno?

 

Voi avevate chiesto anche l'intervento del governo, con il risultato di ricevere per il momento soltanto gli attacchi di Sacconi....

 

Non stiamo certo a inseguire le ultime dichiarazioni di Sacconi. Più che con la Fiom, sembra avercela con tutti i lavoratori italiani, verso i quali nutre una vera e propria fobia. L'intervento del governo e del presidente del consiglio, lo abbiamo chiesto perché era stato l'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi a firmare l'accordo di programma con la Fiat nel 2002: ritenevamo dunque che finché non ci avesse convocato l'azienda, sarebbe stato dovere del governo stesso adoperarsi per avviare un dialogo tra le parti.

 

L'indotto che scotta 
 

Lotta a S. Nicola dove lavorano in 3.000 per 23 aziende associate nel consorzio Acm

 

Melfi non è solo la Fiat Sata con i suoi 5 mila dipendenti: nella grande città industriale di San Nicola, a una quindicina di chilometri dal centro abitato, lavorano a pieno ritmo anche le 23 aziende dell'indotto, associate nel consorzio Acm. Imprese che danno lavoro a 3 mila operai. Forniscono i pezzi alla Sata, che si occupa di assemblaggio: dai cavi prodotti dalla multinazionale francese Valeo (200 addetti) ai pannelli da sportello della Johnson Control (150), dai sedili della Lear alle molle ad elica e barre stabilizzatrici della Rejna (60 persone), fino agli schienali per i sedili della Commer Tgs e alle scocche della Imam. Anche gli operai dell'indotto partecipano, da lunedì scorso, ai presidi: «Siamo qui in solidarietà con i lavoratori Sata e sosteniamo le loro ragioni - spiegano - Ma abbiamo anche una nostra vertenza con l'Acm, una piattaforma che cammina parallela a quella della casa madre Fiat». Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, le proteste delle 23 imprese Acm sono partite prima di quelle della Fiat, e sono state quasi la scintilla che ha acceso il fuoco. Già da settembre in agitazione per i precontratti Fiom, le mobilitazioni si sono accelerate alla fine della settimana scorsa, quando la Lear, la Magneti Marelli e la Arvil sono entrate in sciopero. La Fiat ha dunque cominciato a mettere in libertà gli operai della Sata, affermando che mancavano i pezzi a causa degli scioperi: non essendo stata concessa la cassa integrazione, al contrario di quanto avviene di solito, i lavoratori hanno deciso di lasciare la produzione, «ampliando» così il nucleo di proteste iniziato dall'indotto. A raccontarci i problemi delle aziende di componentistica è Vittorio Cilla, della segreteria Fiom potentina. » Il rinnovo economico è scaduto da due anni - spiega - mentre la parte normativa del contratto è ferma al '98. L'Acm ha cancellato del tutto le relazioni sindacali: i discorsi sulla fabbrica integrata e la partecipazione del sindacato, il cosiddetto `prato verde' di Melfi, si sono rivelati pura retorica».

 

L'unico successo incassato fino a oggi è il precontratto della Imca, che ha assicurato la quattordicesima ai dipendenti. Per il resto, l'Acm è totalmente sorda. «I capi e le sedi centrali sono tutti al nord, i direttori locali ci vietano persino i permessi sindacali - dice Cilla - Abbiamo dovuto scioperare per le pensiline alle fermate degli autobus, le strade qui intorno non hanno illuminazione. La scelta di spremerci fino all'osso è testimoniata dal fatto che non hanno messo su un ufficio di consulenza fiscale, né dipartimenti di progettazione o ricerca: come dire, sia voi che i vostri figli siete destinati solo ad avvitare bulloni».

 

Purtroppo l'ondata di cassa integrazione e mobilità, che finora nell'ambito Fiat ha risparmiato solo la Sata, qui nell'indotto è già arrivata. Sono circa 400 gli operai in cig, spesso a rotazione, ma 15 lavoratori della ex Pianfei, come spiega Pasquale Suozzo, della Fiom, sono già in mobilità. Circa il 40% dei lavoratori è a rischio, soprattutto da quando molte aziende hanno scelto di portare le produzioni in paesi come la Tunisia o l'Algeria, dove il lavoro costa meno. La Fiom ha deciso di non firmare la Cig a scatola chiusa. «Ci devono spiegare quale è la prospettiva di sviluppo, qui e alla Sata. Vogliamo vedere un piano industriale - conclude il delegato Fiom della Rejna Gaetano Cardacino - Per questo la nostra piattaforma e quella Sata sono parallele».

LA  PRIMAVERA  DEGLI OPERAI  DI  MELFI   (2)

 

 

25 Aprile 2004

 

Diecimila a Melfi contro la Fiat
 

Grande reazione dopo l'accordo senza la Fiom. Il governo: non ci interessa

 

Un fiume di diecimila persone travolge la micro-manifestazione dei 150 capi Fiat contro i presidi. Se la scorsa notte la Fiat, dopo avere invitato la Fiom, ha firmato un accordo separato con Fim, Uilm e Fismic (vedi racconto sotto), gli operai di Melfi hanno risposto con un affollatissimo corteo fatto di lavoratori, sindaci, associazioni, partiti e tanti semplici cittadini. In prima fila, come ci si può aspettare in una Basilicata ormai ultra-rodata alle lotte, le delegazioni di Scanzano e Rapolla, i piccoli comuni che hanno evitato l'insediamento delle scorie nucleari e di un elettrodotto grazie a una lunga e paziente mobilitazione. Moltissimi gli operai della Sata e dell'indotto - «noi siamo tutti qui», hanno mandato a dire ai contro-sindacati - ma ci sono anche i lavoratori degli stabilimenti Fiat di Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Lecce, Termoli, Arese, Val di Sangro, Termini Imerese. Tanti anche i pensionati, dallo Spi ai sindacati di base, e le delegazioni dei partiti, dai Ds ai Verdi, da Rifondazione comunista agli altri gruppi dell'Ulivo, federazioni giovanili incluse. Lo spirito della manifestazione è stato riassunto efficacemente dal segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, che ha parlato dal palco, dopo che il corteo aveva percorso i tre chilometri all'interno della città-fabbrica integrata: «A Roma la Fiat ci ha sottoposto una bozza di accordo che voleva umiliare i lavoratori. Noi abbiamo detto no: fino a quando non verranno invitate a trattare anche le Rsu e presi in considerazione tutti i punti della piattaforma, i presidi non verranno tolti. Perché sono prima di tutto gli operai che li hanno aperti, e li stanno portando avanti in prima persona».

 

«Sono stati loro ad escluderci, ponendo delle condizioni inaccettabili - ha continuato Rinaldini - adesso la trattativa deve ripartire da palazzo Chigi. La presidenza del consiglio, in prima persona, convochi un incontro sulla situazione di Melfi. Se non lo fa non è un fatto neutro, ma compie una precisa scelta di campo: copre e sostiene le posizioni della Fiat». Da Roma, però, è arrivato il no di Maroni: «Il governo - ha detto il ministro del welfare - non farà nulla». A sostegno della posizione della Fiom si è pronunciata la Cgil, con il segretario Guglielmo Epifani che ha detto di «non essere sorpreso dal fatto che il governo non fa nulla, perché è nella loro linea». Contro la Fiom e la Cgil, ha parlato innanzitutto la Fiat, che con il responsabile delle relazioni industriali Paolo Rebaudengo ha spiegato che «la Fiom è uscita dal tavolo quando la Fiat e gli altri sindacati hanno preso atto della sua indisponibilità a condannare il blocco di Melfi». «Non ci sarebbe alcun ostacolo all'adesione della Fiom all'accordo - ha concluso Rebaudengo - in caso di ritorno a condizioni di legalità a Melfi». Ha rincarato la dose il presidente di Federmeccanica, Alberto Bombassei, in odore di diventare il nuovo responsabile delle relazioni industriali di Confindustria: «Non sono accettabili i comportamenti della Fiom: si possono definire illegittimi». Battute velenose anche da Luigi Angeletti, segretario Uil e dal segretario Cisl Savino Pezzotta. Pesanti scambi di battute tra Fim e Fiom. Il segretario Fiom, Cremaschi, ha definito l'accordo della notte un atto di crumiraggio. Gli ha risposto il segretario Fim, Caprioli: stia attento alle parole, noi lo denunciamo.

 

E mentre continuano a rincorrersi le dichiarazioni da Roma e Torino, alla manifestazione si viene a sapere che il fermo della produzione continuerà negli stabilimenti già coinvolti (Mirafiori, Termini Imerese, la Sevel), mentre da lunedì potrebbe toccare anche a Pomigliano. «Provocazioni Fiat», li definiscono qui a Melfi, mentre da Torino si viene a sapere che l'unità di Fim, Uilm e Fismic con la Fiom, almeno lì continuerà a reggere. Parlando con i lavoratori della Sata dell'indotto sulla specifica situazione di Melfi, si può capire che certo distinguono tra Fiom, Ugl, Failms e Slai Cobas - che sostengono i presidi - e Fim, Uilm e Fismic, che li hanno avversati in tutti i modi, ma molti di loro sottolineano che la protesta è scoppiata a partire da cose molto concrete, vissute sulla propria pelle: basta con la doppia battuta, i due turni consecutivi con lo stesso orario, basta con la pioggia di provvedimenti disciplinari (7500 negli ultimi 10 anni, una media di due al giorno), basta con le retribuzioni minorate rispetto agli altri stabilimenti, nuove condizioni di lavoro e relazioni sindacali paritarie (tanti i delegati sindacali licenziati non appena cominciavano a organizzare raccolte di firme o scioperi).
 

Solidarietà dagli altri operai Fiat: «Non abbiamo la doppia battuta - spiega Giuseppe Giudice, Rsu Fiom di Termini Imerese - Ma sappiamo cosa vuol dire lavorare con il Tmc2 e avere a che fare con la Fiat». Alla Case New Holland di Lecce, i delegati Cobas parlano di anni di lotta «per migliorare la sicurezza negli stabilimenti». Nicola Di Matteo, segretario Fiom dell'Abruzzo, porta la solidarietà dei 5 mila lavoratori della Sevel Val di Sangro, dove, ricorda, il 60% di loro ha votato il precontratto Fiom. E alla Isri, ricorda Mimmo Sambuco (Fiom), il precontratto è stato firmato, assicurando 113 auro di aumento invece dei 77 di Fim e Uilm. Ci sono anche i lavoratori Sata di Tricarico: "La Fim aveva detto che volevamo entrare al lavoro, e invece siamo qui. Solo qualche delegato voleva superare i presidi". Dal palco parla anche la sindaca di Lavello, Antonietta Botte, che sostiene gli operai.

 

Una cassaforte per le lotte 
 

Dopo una settimana di battaglie, di presidi e blocchi della produzione, si comincia a pensare di attrezzarsi per il prossimo futuro. Se davvero le mobilitazioni si annunciano lunghe, sarà infatti necessario l'intervento e la solidarietà degli altri cittadini. Lo sciopero e le lotte costano: si rinuncia al salario, innanzitutto, e poi sono necessari fondi per mandare avanti i presidi: il cibo e l'acqua, per diverse centinaia di persone nei differenti turni (faranno la «doppia battuta» anche qui?). Un appello, dunque, è stato lanciato ieri dai delegati e dagli operai ai sindaci, alle parrocchie, ai privati, così come di recente è accaduto con gli operai della fonderia Rer di Pozzilli (Isernia), che avevano ricevuto una grande solidarietà dalla società molisana. Intanto sempre ieri sono arrivate le prime donazioni dei giovani dei Democratici di sinistra e del Partito della rifondazione comunista, mentre già una ventina di comuni italiani ha versato il proprio contributo a favore della lotta degli operai dello stabilimento di Melfi e di tutta la rete del suo indotto.

 

Nei prossimi giorni potrebbe essere attivato anche un numero di conto corrente sui cui poter versare il proprio contributo di solidarietà alla lotta, mentre si sta riflettendo sull'attivazione della Cassa di resistenza Fiom, che integra il salario perduto con lo sciopero. Un appello, infine, agli artisti: attori, cantanti, scrittori, aderite alla lotta di Melfi e recatevi ai presidi della Sata per sostenere gli operai. 
 

La lunga notte della trattativa

 

Lello Raffo, coordinatore Fiom, racconta l'incontro e l'accordo separato

 

Quale firma? La Fiom ha risposto di no alla richiesta di far rimuovere i blocchi a Melfi. L'incontro unitario è durato meno di mezz'ora. Poi l'intesa separata
 

La giornata di ieri è iniziata presto a Melfi, anche per tutti i cittadini che non presidiavano il complesso industriale della Sata. Il piccolo comune del potentino è stato investito all'alba da pile di volantini di Fim, Uilm e Fismic che invitavano gli operai a far cessare i blocchi perché «l'accordo con la Fiat è stato raggiunto». Il tentativo di far subire alla manifestazione delle Rsu lo stesso triste destino della micro-contromanifestazione dei capi Fiat di giovedì, però, non ha avuto grande fortuna. Nella notte, infatti, la Fiom si era alzata dal tavolo, rispondendo di no alle richieste dell'azienda e delle altre organizzazioni sindacali. Il passaparola della rottura e dell'accordo separato si è dunque avviato subito dopo, dall'una in poi, quando Lello Raffo, coordinatore nazionale settore auto Fiom, ha lasciato la sede dell'incontro per telefonare agli operai in attesa di notizie. Ma come è andata la trattativa? E cosa contiene, nello specifico, l'accordo firmato da Fim, Uilm e Fismic? A raccontarci «la notte delle beffe» è lo stesso Raffo. «La telefonata di convocazione della Fiat - spiega il responsabile Fiom - è arrivata alle 17,30 circa di venerdì. Mi hanno confermato che l'incontro di Roma tra i tre sindacati e l'azienda era stato interrotto perché volevano al tavolo anche la Fiom». Un invito «più che anomalo, già a partire dalle modalità, dato che non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione scritta», aggiunge Raffo.

 

A quel punto iniziano le discussioni all'interno della Fiom, per decidere se andare o meno. Dopo qualche ora, la decisione: la Fiom va; nonostante la chiamata "just in time" e l'invito poco ortodosso, non può certo offrire il pretesto agli altri per dire che non vuole trattare. Raffo si trovava a Napoli, si mette in macchina e arriva a Roma verso le 22,15. Al tavolo trova seduto Paolo Rebaudengo, responsabile relazioni industriali Fiat, e i segretari di Fim, Uilm e Fismic.Nel frattempo, e siamo alle 23, il segretario generale Gianni Rinaldini arriva al presidio di Melfi per sostenere gli operai alla vigilia della manifestazione. Dichiara che la Fiom è disponibile a trattare, ma «solo se non verranno poste precondizioni e se si parlerà del merito dei problemi, ovvero dalla piattaforma di rivendicazioni preparata dalle Rsu che hanno organizzato i presidi».

 

A Roma, Raffo viene nel frattempo messo davanti a un foglio stilato dalle "controparti": la Fiom si dissoci dalle «proteste selvagge dei lavoratori e si impegni a far cessare i presidi davanti agli stabilimenti». Subito dopo sarebbe stato fissato un calendario comune per avviare il confronto. «A quel punto non potevamo firmare - dice Raffo - Mancavano i lavoratori, le Rsu e le loro ragioni. Mi sono alzato e sono risalito in macchina: dopo poche ore sarebbe iniziata la manifestazione e non volevo mancare». Restano così al tavolo la Fiat e i tre sindacati Fim, Uilm, Fismic: finalmente possono firmare un accordo e dire che è stata la Fiom a non volerlo siglare. Il testo fissa un calendario, dal 5 al 14 maggio, per una serie di incontri e tavoli tecnici in cui si discuta della situazione di Melfi, Cassino, Mirafiori e della Sevel Val di Sangro. Nell'intesa è previsto che sulla Sata di Melfi «si avvii un confronto per individuare le soluzioni tecniche che nel rispetto dei livelli di competitività, dell'utilizzo degli impianti e dei 18 turni, porti al superamento della doppia battuta del terzo turno". Dopo verranno affrontati gli aspetti normativi, ma non si fa riferimento esplicito alla equiparazione salariale agli altri stabilimenti della Fiat e dell'indotto, punto qualificante della piattaforma stilata dalle Rsu. Su Mirafiori, l'incontro è fissato entro il 15 maggio, all'Unione industriali di Torino. Per Cassino, è previsto un incontro territoriale a partire dal 18 maggio. L'intesa infine stabilisce che per la Sevel (lo stabilimento che produce furgoni Ducato) la Fiat Auto individuerà una data per il confronto «sull'organizzazione del lavoro, sull'assetto produttivo e successivamente sugli aspetti normativi». «Da anni - commentano in mattinata le Rsu - ci promettono incontri, date e tavoli tecnici: ormai non crediamo più alle chiacchiere. Senza una risposta concreta a tutti i punti della nostra piattaforma, i presidi non li togliamo». 
 

«Lui di notte lavora e il salario della Fiat dura solo 10 giorni»

 

Storie di operai, operaie e madri a Melfi. Lo stabilimento modello che sconvolge le vite. I nuovi pendolari di fabbrica

 

«La nostra vita è un inferno: lui di giorno dorme e di notte lavora a Melfi, io mi alzo presto la mattina per portare il bimbo dai nonni e andare al corso di specializzazione a Matera. Si e no, ci vediamo poche ore nel week end». Questa la sintesi di una giornata tipo della famiglia Pignataro, residente a Bella (Potenza), come la racconta la "mamma", Patrizia Carlucci, di 27 anni, che studia per diventare insegnante. Domenico, il marito, ha 33 anni e da 10 lavora come operaio nel complesso industriale di Melfi: prima alla Sata, poi è passato alle aziende dell'indotto. E' stato "terziarizzato", come dicono qui.

 

Adesso è dipendente della Magneti Marelli, azienda che fornisce le traverse anteriori e posteriori delle auto che poi vengono assemblate nella casa madre. Infine c'è il piccolo Mauro, un anno e mezzo, anche lui alla manifestazione. Il papà lo vede poco, lui, dato che la doppia battuta - dodici giorni consecutivi con lo stesso turno, spesso di notte - glielo sottrae praticamente per tutta la giornata. A complicare le cose, ci sono anche i trasporti, pessimi in Basilicata: strade a una corsia piene di camion, pericolosissime. Bella è distante un'ora e mezzo da Melfi e due ore da Matera, dunque Patrizia e Domenico passano circa 3-4 ore della loro giornata in macchina, con notevoli spese di benzina. I soldi, infatti, finiscono molto presto. Per il momento, i Pignataro sono monoreddito: «I mille e cento euro del mio stipendio - spiega Domenico - si esauriscono dopo appena 10 giorni, e per fortuna abbiamo la casa di proprietà. Andiamo spesso in rosso, ci aiuta la famiglia. Meno male che Mauro possono tenerlo i nonni».

 

Certo, la questione del salario non è secondaria. Se infatti qui a Melfi si parla tanto della doppia battuta e dei turni massacranti, bisogna ricordare anche che gli operai lottano perché le proprie retribuzioni vengano parificate a quelle degli altri stabilimenti Fiat e dell'indotto, rispetto ai quali risultano sottopagati nonostante producano di più e lavorino 6 giorni su 7. E comunque non dimentichiamoci gli orari. Ecco, più in dettaglio, la giornata tipo della nostra famiglia "operaia".

 

Quando Domenico è impegnato nel turno notturno (ore 22-5,15) arriva a casa dal lavoro alle 6.45. Ha il tempo di dire ciao a Patrizia che è già sveglia e sta preparando Mauro per portarlo dai nonni: lei esce alle 7 perché deve essere a Matera alle 9. Tanto, anche se restasse a casa, non potrebbe fare altro che accompagnare il marito a letto per la sua dormita diurna: buona "notte", amore. Finito il corso di specializzazione, Patrizia torna a casa verso le 20: un altro ciao veloce al marito, tra un boccone e l'altro: lui deve già partire per essere puntuale alle 22 a Melfi. Tutto questo, per 12 giorni di seguito con la sola pausa di un sabato notte e di una domenica mattina. E' lì che si può concentrare tutta la vita familiare, programmando il resto della settimana. D'altronde, il sabato e la domenica sono anche i giorni in cui Patrizia sbriga le faccende di casa, dato che una colf o una baby sitter sarebbero troppo costose. Ma Mauro che lavoro farà? «Magari anche l'operaio, ma spero non alla Fiat, se le condizioni di lavoro rimangono quelle di oggi - spiega Domenico - Il problema non sono solo gli orari e i turni massacranti, il salario basso, ma anche la repressione sindacale. E' una vita impossibile. Io sono delegato della Fiom, abbiamo anche lottato e scioperato per il precontratto. Ma si deve conquistare tutto: basti pensare che per sostituire chi scioperava l'azienda usava gli interinali, facendoli lavorare per 16 ore al giorno». Due turni intervallati da 8 ore "libere". Giusto il tempo di addormentarsi un attimo e dire ciao alla propria famiglia.


 

 

27 Aprile


 Melfi, manganelli sugli operai

 

La Fiat chiama, la polizia bastona. Ieri mattina le forze dell'ordine hanno caricato i lavoratori dello stabilimento di Melfi - fiore all'occhiello del Lingotto - in lotta da una settimana contro le condizioni di sfruttamento selvaggio a cui l'azienda li costringe, con orari e salari peggiori di quelli praticati negli altri stabilimenti della multinazionale torinese. Sono almeno dieci gli operai feriti e tre i poliziotti. E' la prima volta da decenni che in Italia non si assisteva a una carica di questo genere davanti a una fabbrica. Durissima la reazione della Fiom e della Cgil, dei partiti d'opposizione e dei movimenti e delle organizzazioni che aderiscono al Social forum europeo. Grazie alle cariche, in mattinata due pullman pieni di capetti e crumiri (su 4 mila che si sarebbero dovuti recare al lavoro) sono riusciti a violare il blocco operaio, mentre nel pomeriggio un altro pullman è stato costretto a fare dietrofront. La risposta solidale dei lavoratori, a partire da Mirafiori e dagli altri insediamenti Fiat, è arrivata immediata e spontanea dalle fabbriche del Nord, del Centro e del Sud Italia, mentre per domani la Fiom ha indetto uno sciopero generale di tutto il settore metalmeccanico. Il governo rivendica l'assalto poliziesco di Melfi in nome dell'ordine pubblico da tutelare e si rifiuta di svolgere un ruolo attivo nel conflitto che divide l'azienda dai lavoratori. Il modello Melfi non regge più. Basta una protesta dei lavoratori a determinare il blocco di tutti gli altri stabilimenti. E' la prima volta che lo stabilimento modello rompe in modo così compatto e determinato la pace sociale durata 10 lunghi anni, sotto la minaccia del licenziamento e con una gestione autoritaria e antisindacale a cui la Fiat non sembra disposta a rinunciare, coprendosi dietro l'ennesimo accordo separato con Fim, Uilm e Fismic. Una vicenda che divide i sindacati dei meccanici, mentre nella tarda serata di ieri prendeva corpo l'ipotesi di una mediazione confederale.
 

Sciopero generale, ferma Mirafiori

 

Si fermano per solidarietà con i loro compagni di Melfi i pochi operai al lavoro nella fabbrica torinese, bloccata dalla protesta in Basilicata. Scioperi anche in altre aziende in Piemonte, in Emilia e in Lombardia, mentre si prepara lo sciopero generale indetto per domani dalla Fiom. Il tentativo della Fiat di dividere i lavoratori del nord e del sud non è riuscito

 

Nonostante la giornata di sole l'immensa fabbrica ha un che di sinistro. A conferirle questa atmosfera dev'essere il fatto che da quelle storiche porte escono quattro gatti. Mirafiori, con una superficie che occupa un quinto della città di Torino, è semideserta. E oggi non solo per la cassa integrazione che da mesi (un anno e mezzo, tra straordinaria e ordinaria) lascia a casa gli operai rimasti nello stabilimento. Da mercoledì scorso, infatti, l'azienda continua a rimandare a casa i lavoratori. «Colpa di quelli di Melfi», dicono i vertici, «quelli scioperano e qui non c'è lavoro». Una linea, quella del divide et impera che piace non solo ai padroni. Almeno se si volesse dar credito alla lettera firmata da un anonimo «gruppo di operai di Mirafiori» pubblicata su diversi quotidiani lunedì. Ma quel documento - in cui si dice tra l'altro che gli operai di Melfi dovrebbero capire che «il nostro lavoro è nelle vostre mani» e quindi capire che il loro sciopero alla fin fine danneggia altri lavoratori - è un falso. Nel senso che nessuno, dei pochissimi (forse trecento) operai che hanno lavorato ieri l'hanno vista circolare. «Siamo a casa da mercoledì - dice Pina Murru, delegata Fiom - e quindi davvero non capisco chi possa aver firmato questa lettera». Comunque sia, la cosa «più irritante è cercare di far ricadere sugli operai le colpe dell'azienda». Perché, dice ancora Pina, «finalmente a Melfi si sono ribellati: loro che hanno turni massacranti e prendono uno stipendio da fame». La cosa che ha impressionato di più sono state le cariche della polizia. «Io sono in Fiat dal `79 - dice ancora Pina - ma non ho ricordi di violenze da parte della polizia. Sentire che hanno caricato gli operai mi ha fatto rabbrividire». Alle cariche e alla provocazione della lettera hanno risposto in maniera inequivocabile gli operai. E non solo quelli di Mirafiori. Ieri mattina nella storica fabbrica torinese c'è stato uno sciopero e un corteo dei trecento che lavoravano. «Le notizie delle cariche - racconta Rocco Moscato, ventiquattro anni in Fiat - hanno arroventato un clima già caldo. Abbiamo discusso e alla fine ha prevalso la scelta di scioperare». Al corteo hanno partecipato un centinaio di lavoratori. Messaggi di solidarietà, prese di posizione a favore della lotta di Melfi però sono giunti anche da altre fabbriche. Una decina quelle che hanno scioperato ieri, dalla Pininfarina, alla Ali di Venaria, dalla Mac alla Elbi e altre ancora. Alla tradizionale assemblea del 25 aprile alla Fiat Iveco i lavoratori, oltre a chiedere la fine della guerra e il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, hanno chiesto unitariamente all'azienda di aprire la trattativa con i lavoratori in lotta a Melfi. Una solidarietà che è confluita nella convinta adesione allo sciopero generale di quattro ore proclamato dalla Fiom per domani. Sciopero che qui a Torino avrà una sorta di prologo oggi. E proprio a Mirafiori dove, come ieri, si fermeranno gli operai che avrebbero avuto la «fortuna» di lavorare. L'appuntamento - allargato all'intera città - è per le nove davanti alla porta 5 di Mirafiori.

 

Per protestare contro il comportamento della Fiat e del governo allo stabilimento di Melfi anche i lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese hanno scioperato per un'ora e mezza. Lo sciopero è stato proclamato da Fiom, Slai Cobas e FlmUniti-Cub: prima si è svolta un'affollata assemblea e quindi diverse centinaia di lavoratori hanno bloccato per un'ora l'autostrada dei Laghi nei pressi dollo stabilimento. Scioperi spontanei anche in molte fabbriche emiliane del gruppo Fiat e non solo e in Lombardia.

 

La Uilm non cambia musica. Il segretario generale Tonino Regazzi, ha chiesto alla Fiom di «ripristinare la legalità» rimuovendo i blocchi ai cancelli di Melfi, lasciando lavorare chi vuole lavorare. Per Regazzi, poi, lo sciopero di domani è «un altro atto di rottura da parte della Fiom». Dalla Fim, un colpo al cerchio e uno alla botte: è «un errore» l'intervento della polizia ma sono «altrettanto gravi» i blocchi ai cancelli. Per Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino «Melfi e Mirafiori sono le due facce di una stessa medaglia. La Fiat non ha mai coinvolto i lavoratori per uscire dalle crisi e anzi, dopo essere fuggita dal prodotto, oggi considera i lavoratori dei nemici».

 

RABBIA A POMIGLIANO 
 

E' deserto l'enorme parcheggio dell'Alfa Romeo di Pomigliano d'Arco: la direzione comunica la sospensione delle attività per i lavoratori addetti ai modelli Alfa 147, Alfa 156 e Alfa G7 «a causa della mancanza di materiali provenienti dal comprensorio di Melfi». Con ogni probabilità oggi lo scenario sarà identico. E' una mattinata difficile per le 5.000 tute blu di Pomigliano, così davanti ai cancelli scatta la rabbia quando arriva la notizia che gli operai di Melfi sono stati caricati dalle forze dell'ordine. Delegazioni di lavoratori si preparano a raggiungere i compagni lucani e i molti operai della Fiom di Napoli che da sabato presidiano lo stabilimento. Alle undici sono tutti schierati innanzi all'entrata principale. «Qui non c'è nessuno che vuole entrare». 
 

MODELLO MELFI

 

Un prato verde

 

«Romito, salutateci Agnello». Sono passati 10 anni da quando manifestazioni popolari di giubilo accoglievano i dirigenti Fiat, i torinesi che scendevano nella colonia lucana per inagurare la fabbrica del futuro. Nasceva il prato verde là dove prima i prati erano gonfi di grano, nella piana di San Nicola di Melfi. Non era subalternità ma sogno, la speranza di riscattare una condizione di povertà e fatica in un territorio governato dal clientelismo democristiano del padre-padrone Emilio Colombo. Finalmente arriva l'industria del nord, con la Fiat arriva il futuro a cambiare la vita di un popolo umiliato: «Romito, salutateci Agnello», recitatava la scritta su un cartone inchiodato al bastone che un anziano contadino di Melfi alzava al passaggio del corteo di potenti torinesi. Quel vecchio sognava un futuro meno gramo per i suoi nipoti. Prato verde vuol dire che si parte da zero: zero cultura industriale fordista, nessuna memoria del vecchio sistema produttivo e del vecchio sistema di relazioni industriali, sindacato addio e se hai un problema lo risolvi nel tim, parlando con il capo-Ute. Tutto deve scivolare liscio, senza conflitti. E senza ritardi, siamo nel just in time, il cliente ordina la vettura con quelle determinate caratteristiche, la linea viene imbastita allo scopo mentre dall'indotto eretto nella città-fabbrica arrivano tutte le componenti necessarie. Basta un nonnulla per rompere il giocattolo, che non deve rompersi per nessuna ragione.

 

Perché un sogno diventi realtà si è disposti a tutto, non solo in Basilicata. I sindacati rinunciano a ogni vincolo, sennò la fabbrica la Fiat va a costruirla in Bulgaria: deroga al divieto del lavoro notturno per le donne, sfruttamento selvaggio a ciclo continuo, salari più bassi che negli altri stabilimenti Fiat. In nome della competitività, naturalmente, che garantisce lavoro e futuro. I sindacati concedono tutto alla Fiat, senza che gli operai se la prendano. Anche lo stato concede tutto in termini di aiuti e sgravi alla multinazionale torinese, che è talmente convinta del modello Melfi da lasciar deperire le fabbriche del nord, destinate a funzionare come residuali polmoni produttivi. Da Melfi partono componenti fondamentali per il resto dell'impero industriale Fiat. Ciò spiega l'effetto domino di questi giorni: si ferma Melfi, si ferma l'impero, o meglio quel che ne rimane.
 

Con l'esplosione della crisi Fiat, nel 2002, l'unico stabilimento che continua la sua marcia è quello di Melfi mentre il resto agonizza. Melfi funziona sia che gli Agnelli - o le banche che controllano la Fiat - decidano di continuare a produrre automobili, sia che decidano di vendere ai soci americani della Gm o alla concorrenza. Deve funzionare: chi non regge i ritmi infernali delle linee di montaggio - pardon, delle Ute - si cambia con carne più giovane. Anche chi si ammazza in automobile per tornare a casa dal lavoro alla fine del turno di notte - anche tre ore tempo bruciato in trasporti che si aggiungono alle ore alla catena - si può cambiare, i disoccupati non mancano in Basilicata, per non contare quelli di riserva del Foggiano. Chi protesta si emargina, chi si iscrive al sindacato viene trasferito di reparto, i delegati conflittuali si licenziano, chi si infortuna viene non risarcito ma punito. Non è un'organizzazione del lavoro fordista, semmai sfascista. Per credere, guardare il tasso altissimo di turnover, senza paragone rispetto agli altri stabilimenti Fiat.
 

Quel che è successo a Melfi è che in 10 anni è maturata una cultura operaia. Chi se la prende con l'estremismo della Fiom non ha capito nulla: la Fiom si è limitata a fare il suo mestiere, coprendo una rivolta operaia nata dalle condizioni stesse dello sfruttamento. Il modello Melfi non regge più, quella che doveva essere la fabbrica più flessibile si è traformata nella faffrica più rigida, vuoi per il modello organizzativo - la competizione basata non sulla qualità ma sui bassi costi - e vuoi perché il lavoro non è, non può essere, una pura e semplice variabile dipendente del mercato e del modello capitalistico. A fermare il just in time basta uno sciopero dei camionisti, a fermare Mirafiori fasta un presidio operaio a Melfi.

 

Nel grande prato verde le speranze dei ragazzi di Melfi sono crollate e l'incantesimo si è infranto contro le condizioni di lavoro e di vita intollerabili. I ribelli di oggi che hanno svelato l'inganno della fabbrica miracolosa sono i nipoti dei briganti che si battevano contro i Savoia, i figli dei braccianti che occupavano le terre, i fratelli dei ragazzi di Scanzano e di Rapolla. Sono variabili indipendenti, sono uomini e donne. 
 

 

28 Aprile

 

Un serpentone di 15 mila persone ha invaso questa mattina i stabilimenti FIAT per lo sciopero nazionale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom dopo le cariche della polizia contro i lavoratori dello stabilimento Fiat. Nessun lavoratore si è presentato al lavoro allo stabilimento Fiat, né nelle varie fabbriche dell’indotto. Secondo una prima valutazione fatta alle ore 17,00 dall’Ufficio organizzazione della Fiom, le adesioni allo sciopero nazionale proclamato per oggi dai metalmeccanici Cgil sono, in media, superiori al 70%, con punte dell’80 e del 90% e impianti totalmente fermi.

 

A Melfi, per la manifestazione, sono arrivati lavoratori da altri stabilimenti, come quello di Termini Imerese. «Dalla Sicilia - spiega Giovanna Marano, segretaria generale della Fiom siciliana - vogliamo rilanciare la vertenza Fiat, a partire dalle condizioni di lavoro in fabbrica, ed elevare la nostra protesta per gli inammissibili fatti accaduti». Non se ne andranno, spiega Roberto Mastrosimone della Fiom, leader della protesta ai tempi della battaglia per la salvaguardia dello stabilimento di Termini, «prima di avere fatto capire a tutti con la nostra presenza che consideriamo unica la vertenza Fiat e il destino delle fabbriche in Italia».
 

Quella di mercoledì è una giornata decisiva per la vertenza di Melfi e della Fiat. Ma a sera non è ripresa la trattativa tra i sindacati e l’azienda. Il tavolo è stato aggiornato a giovedì, unitario, cioè anche con la Fiom, dopo che Cisl e Uil avevano cercato l’accordo separato, respinto in massa dai lavoratori che hanno invece continuano il presidio ai cancelli. La convocazione delle parti è prevista per le 15, 15 e 30 dopo l'assemblea dei lavoratori che si terrà al mattino.

 

Secondo Giorgio Cremaschi, segretario generale della Fiom, a Melfi non si può parlare di blocchi, così com'è fatto continuamente dalla stampa in questi giorni, perché ai cancelli «non si è presentato nessuno. C'è sciopero totale ha detto, ha il consenso della grande maggioranza dei lavoratori». Secondo Cremaschi la protesta allo stabilimento di Melfi ha avuto «grande consenso di gente anche iscritta agli altri sindacati. È vero che allo stabilimento di Melfi - ha spiegato - rappresentiamo il 20% dei lavoratori e che i sindacati che hanno firmato l'accordo venerdì rappresentano il 60%. Se i rapporti sindacali fossero corrispondenti a quanto avviene nella fabbrica saremo stati travolti».

 

Intanto mercoledì sera due camion per un'azienda dell'indotto sono passati accanto ai tendoni degli operai in lotta. I due automezzi hanno prelevato il loro carico dall'azienda dell'indotto Osl, che aveva manifestato l' esigenza di poter trasportare urgentemente alcuni materiali ad uno stabilimento della Peugeot.

 

Il giudice civile di Melfi Angela D' Amelio, accogliendo le richieste di Fiat Auto e di altre aziende, ha emesso altre sette ordinanze alla Fiom Cgil ordinando di sgomberare i blocchi posti all' accesso dell' area  industriale dov'è lo stabilimento della Fiat e le 28 aziende dell'indotto, blocco in atto da nove giorni. Tra gli undici dirigenti e delegati sindacali a cui il giudice si è rivolto c'è anche il segretario della Fiom del Potentino, Giuseppe Cillis.


 

29 Aprile 
 

Decideranno i lavoratori 
 

La multinazionale torinese pretende dalla Fiom la fine dei presidi di Melfi, Cisl e Uil si accodano. Ieri sera rapido incontro Fiat-sindacati, la decisione rinviata a oggi, all'assemblea in fabbrica
 

La democrazia? Un lusso che in certe circostanze non ci si può permettere. E' questo, in soldoni, il punto di vista di Fiat e Federmeccanica, ma anche di Cisl e Uil che ieri si sono scatenate contro la decisione della Fiom di far decidere agli operai di Melfi, questa mattina e in base all'esito dell'incontro notturno con la multinazionale torinese, se togliere i presidi ai cancelli della loro fabbrica. Di più: il segretario della Fiom Gianni Rinaldini ha anche detto che la sua organizzazione chiederà ai lavoratori di modificare le forme di lotta, sempre che al tavolo la Fiat avrà fatto cadere le sue pregiudiziali, dando la disponibilità a ridiscutere orari e salari nella fabbrica lucana, rinunciando a ritorsioni contro i lavoratori che hanno partecipato alla lotta di questi giorni, accettando di accogliere al tavolo delle trattative le Rsu di Melfi. E comunque, al termine del confronto, qualsivoglia accordo dev'essere sottoposto al parere vincolante di tutti i lavoratori della piana di San Nicola. Una posizione netta che pone alcune «precondizioni» per avviare in negoziato vero e proprio, ma tutt'altro che estremistica e irresponsabile, quella della Fiom, giudicata invece «antisociale dal presidente di Federmeccanica, Alberto Bombassei che tenta di isolare la Fiom da tutti gli altri sindacati, Cgil compresa. I segretari generali di Cisl e Uil, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti sostengono che i blocchi devono essere tolti contestualmente all'apertura del negoziato, e su questa linea si attestano anche Fim e Uilm (ieri sera la Cisl e la Uil hanno annullato il concerto del primo maggio a Potenza, per protesta contro il sostegno della Cgil alla lotta dei lavoratori di Melfi). E la Fiat, cosa dice? Che l'incontro di due giorni fa con i tre segretari generali confederali aveva fissato con certezza l'impegno alla contestualità tra l'avvio della trattativa e la fine dei presidi a Melfi. Dal canto suo, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, nel pomeriggio della convulsa giornata di ieri ha parlato di «margine ristretto, però se si usa un po' di buonsenso da parte di tutti si può uscire da questa situazione». Per Epifani l'avvio di un confronto positivo «non può essere un problema di ore ma di sostanza. La vera trattativa si fa e si può fare normalmente non avendo in piedi forme di lotta che la rendono difficile: questo lo sanno tutti e credo che i lavoratori lo capiscano benissimo. Con onestà non vedo altre strade». Con altrettanta onestà, Giancarlo Fattorini della Fiom di Terni ricorda a tutti che «lo sblocco delle merci in entrata e in uscita dall'Ast di Terni (l'acciaieria della Tyssenkrupp, ndr) avvenne dopo che vennero sottoscritti impegni precisi». E nessuno gridò allo scandalo.

 

Difendere il diritto dei lavoratori a partecipare con le proprie rappresentanze di fabbrica alle trattative e a decidere le forme di lotta più adeguate, come fa la Fiom, è una specie di peccato mortale anche per la Confindustria, il cui vicepresidente Guidalberto Guidi si dichiara molto preoccupato e denuncia l'esistenza non di tre, ma di quattro confederazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, a cui si aggiungerebbe la Fiom. Una Fiom colpevole di praticare la democrazia sindacale nel rapporto con i lavoratori, e nessuno sembra interessato alle parole di Gianni Rinaldini, che ripete: «se c'è un negoziato senza pregiudiziale, con la validazione dei risultati da parte dei lavoratori, noi proporremo domani (oggi per chi legge, ndr) all'assemblea che si passi ad altre forme di lotta». Anche la segretaria nazione della Cgil, Carla Cantone, dice che i lavoratori, esistendo le condizioni fissate da Rinaldini, «seguiranno le nostre indicazioni» e modificheranno le forme di lotta. Se tutti, dalla Fiat alle organizzazioni padronali, a Cisl e Uil si aggrappano alla «contestualità», viene da pensare che circoli la voglia di spaccare definitivamente con la Fiom, magari chiedere un intervento violento e risolutore delle forze dell'ordine per togliere i blocchi dai cancelli e la Fiom dalle trattative. Del resto, i giudici pronti a imporre alla Fiom la rimozione dei presidi non mancono: ieri le ordinanze del giudice di Melfi Angela D'Amerio in questa direzione sono addirittura salite a sette.

 

L'atteso incontro tra la delegazione Fiat guidata dal responsabile delle relazioni industriali Paolo Rebaudengo, i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm e dei responsabili industria di Cgil, Cisl e Uil è iniziato ieri sera alle 22 ed è terminato dopo 10 minuti: Fiat, Fim, Uilm, Cisl e Uil hanno accettato la richiesta della Fiom: a decidere se ci sono le condizioni per togliere i presidi saranno questa mattina i lavoratori di Melfi riuniti in assemblea. Per un giorno almeno, ha vinto la democrazia.


 

 

30 Aprile

 

La lezione di Melfi

 

Ieri a Melfi ha vinto la democrazia, una merce rara nei posti di lavoro e, purtroppo, persino in quei sindacati che ritengono inutile, se non addirittura sbagliato, che a decidere sulle lotte, sugli accordi e sui contratti siano i lavoratori stessi. Solo 24 ore prima che una selva di centinaia di braccia si alzasse per votare la proposta di modificare la forma di lotta, avanzata dal segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, il gruppo dirigente dei metalmeccanici Cgil sembrava stretto in un angolo. Almeno a guardare Melfi da Roma. Accusato di «estremismo», «avventurismo», comportamenti «antisociali» da Fiat, Confindustria e Federmeccanica. Ma anche da Cisl e Uil, da Fim e Uilm. La ragione? Semplice, siete complici dei lavoratori che hanno deciso di rompere le regole del gioco spezzando la quotidianità che li incatena, dopo 10 anni di lavoro in condizioni insopportabili. Costretti a orari più duri e salari più bassi dei loro compagni degli altri stabilimenti, falcidiati dai provvedimenti disciplinari, dai trasferimenti e dai licenziamenti, ammazzati nelle interminabili ore di viaggio tra fabbrica e casa al termine di giorni e giorni di lavoro notturno. La Fiom si è permessa di sostenere i presidi ai cancelli, rivendicando un tavolo vero di trattativa per modificare l'intero sistema di regole che fa di Melfi una colonia di Torino, senza i diritti dei torinesi. Solo la Cgil, e con qualche mal di pancia, ha sostenuto la Fiom. Anzi, gli operai di Melfi.

 

Tre ore e mezza di discussione accesissima, dura, senza sconti per nessuno. Un'assemblea operaia appassionata davanti ai cancelli della fabbrica integrata di Melfi, quel «prato verde» che per dieci anni è stata quasi un mito, il fiore all'occhiello degli industriali sabaudi da cui dipendeva l'intera produzione automobilistica, cuore pulsante della Fiat e, da dieci giorni, cuore pulsante del movimento operaio italiano. Alla fine il voto: all'unanimità si decide di togliere i presidi e cambiare forma di lotta, oggi sciopero per tutto il giorno, domani si vedrà, dipende dall'andamento delle trattative e dalla disponibilità della Fiat ad aprire la gabbia in cui da 10 anni ha rinchiuso i suoi operai lucani. L'assemblea permanente valuterà e deciderà giorno per giorno, ora per ora insieme ai suoi delegati presenti alla trattativa, come continuare la lotta.

 

Chi due giorni fa ordinava alla Fiom di «liberare» la fabbrica, ha ricevuto una risposta netta, quanto ovvia in un contesto democratico: solo i titolari del lavoro - di quel lavoro e di quegli stipendi - e della lotta ai cancelli hanno la facoltà di farlo, se lo ritengono opportuno. Alla fine tutti hanno dovuto abbozzare. Così, il gruppo dirigente della Fiom è tornato a Melfi e ha chiesto all'assemblea di togliere i presidi per incassare una prima vittoria nello scontro con l'azienda (fino a poche ore prima disposta a trattare su nulla e solo con sindacati compiacenti, ohggi costretta a un vero tavolo negoziale). Mantenendo in piedi l'assemblea, e articolando le iniziative.
 

Chi s'intende di storia operaia sa che non è semplice passare da una lotta a oltranza a una lotta articolata. Lo si può fare se si è forti, se si ha il consenso della maggioranza, se si «controlla» la fabbrica. Tante volte, in passato, questo passaggio non è stato possibile. Perciò il voto di ieri ha un valore ancora più grande. Per i lavoratori, per la Fiom, per la democrazia. Neppure le botte della polizia, neppure le ingiunzioni a togliere i presidi spedite da un solerte giudice sono riuscite ad arrestare il processo di liberazione dei lavoratori lucani.
 

Questi concetti devono averli compresi anche Giuseppe Morchio e il gruppo dirigente della Fiat. Ad aiutarli a capire che non si può governare una fabbrica come si comanda in una caserma hanno contribuito le 16 mila vetture non costruite a Melfi nei 10 giorni di presidi. Per riprendere a costruirle, i torinesi hanno bisogno dei lavoratori di Melfi. Lavoratori, non servi.

 

A Melfi decidono gli operai

 

L'assemblea approva la rimozione dei presidi su proposta della Fiom: via all'assemblea permanente e allo sciopero. «Seguiremo ora per ora la trattativa». Basta con i soprusi Fiat, sì alla democrazia. La giornata più lunga di Rinaldini
 

«Compagni, fino a oggi abbiamo usato il cuore, adesso dobbiamo usare la testa». Dal camioncino dello Spi Cgil, posteggiato davanti ai presidi ormai da undici giorni, uno degli operai della Sata urla dentro il microfono. Di fronte a lui tre-quattrocento lavoratori nelle tute amaranto e blu, tutti stretti ad ascoltare. Non è stata per nulla facile l'assemblea di ieri mattina ai cancelli di Melfi, aperta con la proposta del segretario Fiom Gianni Rinaldini di sospendere i blocchi e passare a un diverso tipo di lotta: la Fiat e gli altri sindacati hanno chiesto un segnale. «La Fiat ha accettato di trattare, grazie alla nostra lotta - ha detto Rinaldini - Adesso che inizia il negoziato, restiamo uniti e articoliamo una protesta diversa, altrimenti il dialogo non si può avviare». Alcuni «Bravooo!», ma anche una selva di fischi e di «Nooo!». Un delegato Cobas urla dal microfono: «Ci avevate detto che i blocchi rimanevano, così non va bene». «Sì, noi restiamo qui, ci devono dare tutto quello che abbiamo chiesto. Subito!». «Questa è la nostra proposta - incalza Rinaldini - Non vi stiamo dicendo di tornare subito al lavoro, ma di seguire la trattativa restando comunque in mobilitazione. Non possiamo disperdere quello che abbiamo costruito finora». Ancora urli, mugugni, qualche applauso. La Fiom ha seguito gli operai passo passo in questi giorni: ha sostenuto i presidi con loro, ha preso le botte dalla polizia, si è alzata dal tavolo delle trattative quando la Fiat chiedeva di firmare la «condanna dei blocchi» come precondizione per il dialogo. Adesso è il momento più difficile: gli operai sono stanchi, ma molti vogliono anche continuare i presidi perché li vedono come l'unico modo per restare forti. Il cuore dice questo, ma la testa? La Fiat, la Cisl e la Uil, con una difficile trattativa imbastita dalla Cgil, hanno chiesto alla Fiom e agli operai di mostrare disponibilità. Il governo non solo ha scelto di non impegnarsi per mediare, ma ne ha approfittato per mostrare i muscoli e caricare i lavoratori. «Se non cogliamo questa opportunità - conclude Rinaldini - diranno che gli operai e la Fiom non hanno voluto trattare, resteremo isolati». Il segretario rientra nel camioncino e comincia a seguire gli altri interventi: può prendere la parola chiunque la chieda, il dibattito è accesissimo.

 

«Se rientriamo - dice un'operaia - chi uscirà di nuovo a scioperare tra 10-15 giorni? Dobbiamo restare oggi, perché se stacchiamo adesso perderemo la nostra unità». Ancora urli contrastanti. «Sì! Restiamo qui! Noi non ci vendiamo!». «Se restiamo ci ammazzano! Rimarremo soli, e la polizia ci caricherà di nuovo!». «Questa volta ci scappa il morto, come a Genova!». La Fiom ha ricevuto direttamente sette ordinanze di sgombero dal giudice, tante quanti sono i «presidi», o «blocchi» come li chiama qualcun altro. Fatto sta che quei provvedimenti sono delle vere e proprie autorizzazioni a picchiare.
 

Interviene Vincenzo Russo, segretario della Failms: insieme ai Cobas e all'Ugl, pure loro sono stati vicini agli operai in questi giorni difficilissimi ma anche di crescita. «Facciamo uno sciopero a oltranza - propone - Teniamoci in contatto costante con Roma, dove Rinaldini tratta per tutti noi, e vediamo se per stasera avremo raggiunto almeno l'equiparazione salariale. Incassiamo subito quella, e per le altre richieste definiamo eventualmente altre forme di protesta». Il punto della equiparazione salariale viene citato più volte, anche in diversi interventi. Molti ribadiscono che per allentare la tensione basterebbe innanzitutto che la Fiat si rendesse disponibile a dire basta alle discriminazioni: non è possibile continuare a lavorare come gli altri stabilimenti, con ritmi peggiori, e prendere meno.

 

Non si è ancora trovata una proposta che piaccia a tutti, si ripresentano le accuse incrociate: «Venduti!», «Incoscienti! Che trattative volete fare se non vi spostate di un millimetro?». Prende la parola Giuseppe Cillis, segretario della Fiom di Potenza. «Abbiamo gli stessi obiettivi, l'equiparazione salariale, la fine della doppia battuta, migliori condizioni qui dentro. Cerchiamo di trovare una via comune, stiamo discutendo per restare uniti, non per dividerci. Abbiamo modificato i rapporti con la Fiat: per la prima volta accettano di sedere a un tavolo di fronte alle Rsu, e possiamo ottenere un referendum per approvare o meno l'accordo raggiunto. Molti di voi parlano come se questi giorni non fossero passati, come se non partissimo adesso da una posizione di forza». Gli fa eco Giannino Romaniello, segretario Cgil della Basilicata: «Dobbiamo essere noi a dire che chi vuole entrare a lavorare adesso può farlo, e non aspettare che sia la polizia a imporcelo con la forza». Pasquale Suozzo, delegato Fiom, ha una bandiera rossa annodata al collo a mo' di foulard: «Adesso molti dicono di voler rimanere, ma chi sta qui a fare i presidi siamo sempre gli stessi - Ci sarete ancora o ve ne andrete?», urla agli operai che chiedono di restare e non cambiare la forma di lotta. «A decidere - dice un altro delegato - devono essere quelli con il volto abbronzato, quelli che hanno passato giorno e notte ai presidi. Chi ha il volto bianco ed è venuto qui per una passeggiata, è bravo solo a insultare».

 

Esce dal camioncino Lello Raffo, segretario nazionale Fiom auto: «Evitiamo che si chiuda con la polizia, che sia la forza a concludere tutto quello che abbiamo fatto - può dirlo a ragione, lui che ha preso una manganellata - Siamo riusciti ad aprire un tavolo con un'azienda che finora ha parlato soltanto con 9 mila procedimenti disciplinari, che ci ha chiesto di definire illegali le vostre lotte e di lasciarvi soli a prendere le botte dalla polizia: mettiamo a valore questo patrimonio». Prende il microfono Giorgia Calamita, la giovane delegata Fiom che ha offerto i fiori alla polizia poche ore dopo le cariche: «Perché dite che smontando i presidi arretriamo? Adesso siamo più forti, nulla sarà più uguale a prima».

 

Siamo verso la fine dell'assemblea, sempre meno gente, via via, ha attaccato chi proponeva di togliere i presidi: saranno convinti o solo stanchi? Lo dirà la votazione, annunciata dal segretario Fiom Giorgio Cremaschi, anche lui convinto dell'opportunità di cambiare strada. Rinaldini esce di nuovo dal camion per formulare la proposta finale: «Pensiamo sia possibile continuare a restare mobilitati, mentre si tratta, indicendo subito un'assemblea permanente e otto ore di sciopero, per il momento fino alle 22 di stasera. Ci riaggiorneremo allora per decidere come continuare, dopo che voi sarete stati costantemente informati delle trattative che iniziano questo pomeriggio tenendovi in contatto con i vostri delegati. Per ora, dunque, rimuoviamo i presidi».

 

Il momento della votazione è arrivato. Si procede per alzata di mano, partecipano solo gli operai Sata e dell'indotto. Siete per la proposta Fiom? Dal camioncino osserviamo i lavoratori: alzano tutti le mani. Contro? Nessuno. Astenuti? Nessuno. La proposta è approvata all'unanimità. Il giorno più difficile (e più bello) di Rinaldini è finito con un successo. 
 

Al via la trattativa. E al via lo sciopero

 

La Fiom proclama subito le prime otto ore di agitazione decise ieri mattina a Melfi

 

La trattativa sulla Fiat di Melfi è cominciata ieri sera dopo le 21, nella sede nazionale della Confindustria nel quartiere dell'Eur a Roma. E la Fiom ha proclamato subito otto ore di sciopero in assenza di nuovi segnali positivi. All'incontro hanno partecipato i segretari generali dei sindacati metalmeccanici, i rappresentanti del settore dell'auto dei sindacati confederali, accompagnati da una folta delegazione di rappresentanti di fabbrica di Melfi. I delegati dello stabilimento «modello» sono in contatto diretto e continuo con l'assemblea degli operai di Melfi, riunione che è stata convocata ieri sera, in contemporanea con l'avvio del negoziato romano. Per la Fiat era presente Paolo Rebaudengo, responsabile relazioni industriali.
 

La trattativa di Roma parte sulla base di un ritrovato ottimismo dopo la bellissima assemblea di ieri a Melfi, ma anche di tanti punti incerti, che saranno presto verificati nel concreto svolgimento del negoziato. La Fiom arriva al tavolo forte del consenso che ha raccolto tra i lavoratori di Melfi. Fim e Uilm e Fismic hanno digerito inizialmente con una certa difficoltà il cambiamento rapido della situazione, che invece pare sia stato colto con prontezza dall'aministratore delegato della Fiat, Morchio. L'ad della multinazionale dell'auto ha impresso infatti una vera svolta, o quantomeno ha voluto una virata in un momento che stava diventando delicatissimo e che aveva visto la Fiat commettere un errore dietro l'altro, a partire dalla messa in libertà dei lavoratori, dal tentativo maldestro di utilizzare i crumiri, fino alla richiesta di intervento diretto pesante della polizia per «sciogliere» i blocchi e i presidii davanti lo stabilimento di Melfi. La linea della frattura tra sindacati e la linea che era stata suggerita da ambienti ministeriali romani dell'isolamento della Fiom non è passata. Ieri si sono registrati nuovi contraccolpi e polemiche nei confronti della Fiom soprattutto da parte di alcuni rappresentanti della Fim e del segretario della Fismic, Di Maulo, che ha denunciato episodi di intimidazione in fabbrica, che poi sono stati smentiti dalla questura di Potenza. A questo punto però tutti i sindacati dei metalmeccanici sono a questo punto interessati al raggiungimento di un risultato positivo. Interessati a una soluzione positiva e a un accordo che rispetti le richieste dei lavoratori di Melfi anche i sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil stanno cercando di manntere la difficile rotta di una unità ritrovata sull'onda dell'emergenza e dell'inasprirsi del conflitto.

 

La Fiom ha messo al centro del negoziato i punti qualificanti della lotta degli operai di Melfi. Si tratta cioè di affrontare e risolvere il grave problema della disparità salariale tra i lavoratori e il problema drammatico della cosiddetta «doppia battuta», modo gergale per definire i turni massacranti cui sono attualmente sottoposti gli operai di Melfi. Sono solo due dei punti su cui impostare una ridiscussione di tutto il «modello» Melfi.
 

All'inizio della trattativa, nonostante le dichiarazioni rassicuranti che lo stesso amministratore delegato Morchio aveva rilasciato alla vigilia, non ci sono stati segnali rilevanti di un cambiamento di tattica e di obiettivi. E' scattato quindi subito il meccanismo che è stato votato ieri mattina dall'assemblea operai di Melfi. I blocchi sono stati rimossi, ma la lotta non è stata affatto sospesa, anzi è considerata ora «permanente» fino al raggiungimento degli obiettivi individuati. Per questo già da ieri sera la Fiom ha proclamato otto ore di sciopero «perché non ci sono ancora risposte al tavolo del negoziato». Lo ha reso noto Giuseppe De Cillis, segretario del Fiom del potentino.

 

QUEI TRE SUL BUS

 

Il primo autobus a entrare negli stabilimenti di Melfi dopo che sono stati tolti i presidi contiene soltanto tre lavoratori: ha fatto il suo ingresso intorno alle 13,30, tra gli applausi ironici dei manifestanti. Successivamente, nel corso del pomeriggio, hanno fatto ingresso altri operai. Verso le 18, secondo il coordinamentodei delegati di Fiom, Failms, Slai-Cobas e Ugl, nello stabilimento della Sata erano al lavoro cento persone su 1.400 previste nel turno, mentre nelle aziende dell'indotto erano entrati in 60 sulle mille previste

 

FIAT DA' IL 25%

 

Diversi i dati forniti dalla Fiat, ma comunque abbastanza bassi: secondo l'azienda, gli operai presenti nell'indotto - sempre verso le 18 - sarebbero stati il 25% di quelli previsti. Relativamente alla presenza nella Sata, invece, la casa madre dove si assemblano i pezzi prodotti nelle industrie di componentistica, ieri non sono stati forniti dati aziendali.

 

FOLLA IN SERATA

 

Anche nella serata di ieri, i cancelli della Sata erano affollatissimi: centinaia di persone si sono presentate per partecipare all'assemblea delle 22, che poi ha deciso di prolungare le lotte. Lunghe file di macchine e bus erano dunque rallentate: pochi entravano al turno - fischiati - e molti altri scendevano per unirsi ai manifestanti. 
 



1 Maggio

 

A MELFI

 

Dopo l'assemblea e il comizio, a partire dalle 21, nel luogo in cui si è svolto in questi giorni il principale presidio dei lavoratori in sciopero, si terrà un doppio concerto con lo storico gruppo cileno degli Inti Illimani e l'accoppiata Enzo Avitabile e i Bottari di Portic). A Potenza, dove è già stata cancellata la manifestazione unitaria dei sindacati, è saltato il previsto concerto di Ron.

 

Ci minacciano» E la Cisl rompe il tavolo

 

Melfi, Pezzotta denuncia una fantomatica «aggressione» a una delegata Fim. Non risulta alla polizia, né ai lavoratori presenti al presidio. Per la Fiom è «un'invenzione». Trattativa sospesa, lo sciopero continua. I sindacati chiedono la ripresa del negoziato, se possibile lunedì. Dalla Fiat offerte ancora insufficienti

 

Nuovo stop alla trattativa su Melfi, ma stavolta a lasciare il tavolo è stata la Cisl. Il segretario Savino Pezzotta ha chiesto di sospendere l'incontro iniziato nella tarda mattinata di ieri alla presenza di segreterie, delegati ed azienda, a causa di un «grave fatto intimidatorio» che sarebbe avvenuto all'alba davanti ai cancelli dello stabilimento di San Nicola. Così lo racconta Giorgio Santini, segretario confederale Cisl: «Una cinquantina di manifestanti ha fermato un autobus davanti al presidio Barilla. All'apertura delle porte sono salite alcune persone che hanno fotografato una nostra delegata, insultandola e minacciandola. L'autobus ha continuato fino allo stabilimento, la ragazza è scesa e altre persone che si trovavano nella zona hanno cominciato a insultarla e tirato delle pietre, senza colpirla». Secondo la polizia, però, i fatti in questione non sono accaduti: la questura afferma che «non risultano episodi di aggressione fisica». Solo in serata, probabilmente dopo la pressione della giornata, arriva una precisazione: «Le autorità locali di polizia non hanno dato alcuna conferma o smentita del fatto» e «avvieranno un'indagine». La Cgil e la Fiom, sigle presenti ai presidi accanto ai manifestanti, negano che sia successo nulla di simile: «Se la sono inventata - dice il segretario Fiom Cremaschi - Lo hanno fatto perché volevano interrompere la trattativa: fa comodo alla Fiat, che non aveva risposte per i lavoratori, e fa comodo alla Cisl, che vuole squalificare le lotte di questi giorni per recuperare uno spazio che ormai ha perso definitivamente tra gli operai». Il Fismic, sindacato che già due giorni fa parlava di generiche «intimidazioni», dice addirittura di voler denunciare il questore di Potenza. Nel frattempo a Melfi lo sciopero a oltranza dei lavoratori va avanti: viene prorogato di 8 ore in 8 ore, mentre questa mattina nella piana di San Nicola si svolgerà una speciale edizione del primo maggio. La Cgil regionale ha deciso infatti di dissociarsi dalla tradizionale manifestazione unitaria che si tiene a Potenza: la festa si farà al presidio Barilla, e di sera ci sarà un concerto. Per tutta la giornata di ieri le bisarche e i camion hanno continuato a entrare e uscire dagli stabilimenti, ma di lavoratori se ne sono visti pochi: i pullman sono quasi vuoti, e dentro, secondo Giuseppe Cillis, segretario Fiom Potenza, «avrebbero fatto ingresso una sessantina di persone, messe in libertà dalla Fiat dopo nemmeno due ore». Le mobilitazioni continuano perché dal tavolo con la Fiat, prima ancora della sospensione chiesta dalla Cisl, sono arrivate, secondo la Fiom, «risposte inadeguate».

 

Nello specifico, la Fiat ha mostrato aperture solo sulla possibilità di superare la «doppia battuta», ovvero la ripetizione dello stesso turno per due settimane consecutive. Si propone di restare su 18 turni settimanali, cambiando turno ogni sette giorni: una settimana si lavora sei giorni, con la pausa della sola domenica, e l'altra si lavora per quattro, con due giorni di pausa. Un ritmo indubbiamente meno pesante, ma sul fronte salariale le offerte della Fiat sono insoddisfacenti: l'azienda mostra di voler rivedere le maggiorazioni del turno di notte (valutate al 45% a Melfi, e al 60,8% negli altri stabilimenti), ma non parla di equiparazione - come chiedono unitariamente tutte le sigle sindacali - e indica tempi lunghi, legati in ogni caso alla ripresa economica prevista nei prossimi anni. Insomma, per il momento solo fumo. «Noi resteremo mobilitati fino a quando non avremo risposte su tutti i punti indicati nella piattaforma delle Rsu», dice Cillis. Il segretario della Fiom Gianni Rinaldini chiede che la Fiat riconvochi il tavolo al più presto, se possibile già lunedì: «L'unico modo per affrontare la questione - ha detto - è una trattativa rapida. Chiediamo che vada fatta a Melfi». Quanto alla presunta aggressione, Rinaldini afferma che «la posizione della Fiom è di rifiuto di qualsiasi forma di intimidazione e minaccia». «La mia impressione - ha concluso - è che molti speravano che la Fiom perdesse l'assemblea che ha proposto la rimozione dei presidi. Il dato clamoroso vero è che passando a forme di lotta diverse qualcuno pensava ci fossero valanghe di persone che sarebbero entrate. Non è stato così».
 

Anche dalla Cgil viene l'invito a riprendere al più presto il negoziato: il segretario generale Guglielmo Epifani afferma che «dopo il primo maggio bisognerà far ripartire la trattativa, soprattutto per dare risposte alle attese dei lavoratori». A proposito della vicenda della delegata Cisl, il leader della Cgil ha commentato: «Quanto alle intimidazioni, quando esse si manifestino e contro chiunque vengano mosse, vanno contrastate e condannate con la massima fermezza». Chiede la riapertura della trattativa pure il segretario Uilm Regazzi, mentre il leader Uil Angeletti commenta: «La tensione accumulata negli ultimi giorni era notevole e non è cosa semplice che si attenui all'improvviso. Ma sia chiaro che non ci sono soluzioni diverse da quella individuata: fare la trattativa e trovare risposte».

 

La stessa Cisl, con Santini, dice di auspicare anch'essa una ripresa delle trattative, ma «quando sarà recuperata l'agibilità». «Crediamo che si debba trattare - spiega Santini - ma con gli operai al lavoro. I nostri obiettivi restano comuni con le altre sigle, sulle condizioni di lavoro, i turni e il salario. Non siamo contrari alle mobilitazioni, ma realizzandole non a oltranza, ma per esempio con scioperi giornalieri e la costante informazione delle Rsu sulle trattative. Se però non saranno costituite nuove condizioni concordate tra tutti i sindacati, al tavolo non torniamo». Dal fronte governativo, arriva l'ennesimo attacco del sottosegretario Sacconi alla Cgil: «Ha adottato - dice - un metodo di antagonismo e conflitto preventivo». Il vicepremier Fini ha ribadito che il governo non interverrà.

LA  PRIMAVERA  DEGLI OPERAI  DI  MELFI   (3)

 

4 Maggio 2004

 

Melfi, forse la schiarita 
 

Si riavvicinano i sindacati: il tavolo potrebbe riaprirsi domani. Corteo Fiom a Roma
 

Si intravede un possibile sblocco per la vertenza di Melfi, incartata da venerdì scorso, dopo che il segretario della Cisl Savino Pezzotta si era alzato dal tavolo a causa della presunta aggressione alla delegata Fim davanti ai cancelli della Sata. I sindacati di categoria Fim, Fiom e Uilm sembrano aver ripreso a dialogare, anche se il clima rimane caldo e per il momento lo sciopero a oltranza indetto dalla Fiom resta confermato. Secondo Giorgio Caprioli, segretario generale Fim Cisl, la Fiat avrebbe dato disponibilità alla ripresa delle trattative già per domani sera. Un tavolo che seguirebbe alla manifestazione nazionale indetta per questa mattina a Roma dai metalmeccanici Cgil, e all'analoga iniziativa che la Fim svolgerà domani mattina a Melfi. «Sto lavorando con i segretari Fiom e Uilm, Rinaldini e Regazzi - ha spiegato Caprioli - sull'ipotesi che, una volta fissata la data della trattativa, si possano immediatamente riunire le Rsu. Il percorso dovrebbe portare già per giovedì mattina gli operai in fabbrica, accompagnando il negoziato con due ore di assemblea per turno in modo da poter informare i lavoratori». D'altra parte, la Fiom ieri era stata chiara: «Se la Fiat non aprirà una trattativa no-stop a Melfi - annunciava - verranno decise nuove iniziative di lotta». Anche la Uilm, dal canto suo, ha chiesto una ripresa immediata delle trattative. Ieri c'è stata a Melfi un'accesissima riunione di delegati, direttivi, segreterie locali e nazionali del sindacato metalmeccanici della Uil. Sconfessata la linea dura degli organi regionali, nemici giurati dei presidi, è passata la «rivoluzione» dei 18 firmatari di un documento di solidarietà ai manifestanti; posizione sostenuta dagli ammorbiditi segretari nazionali Contento e Regazzi, che hanno parlato a favore degli operai in sciopero anche se hanno auspicato il cambiamento delle forme di lotta. E' così stato partorito un documento con cinque punti, approvato all'unanimità: superamento della doppia battuta; equiparazione del salario di Melfi agli altri stabilimenti Fiat del paese; ripristino dei rapporti sindacali; assemblea unitaria delle Rsu e nuove forme di lotta che accompagnino il negoziato «senza dividere i lavoratori e mettere in crisi il sistema Fiat». «Probabilmente qualche errore lo abbiamo commesso - hanno infine ammesso i dirigenti Uilm - Ma adesso la trattativa riparta subito».
 

La Fim, intanto, ha chiarito le condizioni per il proprio ritorno al tavolo: «L'assemblea delle Rsu - ha spiegato Caprioli - dovrebbe approvare un documento di condanna degli episodi di intimidazione, e prendere decisioni comuni sulle forme della lotta». A quel punto, «si ribadiranno gli obiettivi della trattativa su turni ed equiparazione salariale». Ieri Maria Grieco, la delegata Fim che afferma di essere stata aggredita, è uscita allo scoperto, raccontando in prima persona la propria versione: insulti ai bus da parte degli operai, e un tiro di pietre nei pressi dello stabilimento, che non l'hanno raggiunta. Fatti non certificati dalla polizia, sempre presente ai presidi, specie nei cambi turno. Secondo la delegata, al contrario, nessun agente sarebbe stato presente al momento dell'aggressione.
 

I metalmeccanici Cgil tornano a ribadire che «non risultano in nessun modo, ed è confermato anche dalle pubbliche autorità, atti di aggressione di fronte alla fabbrica», e accusano la Fiat di aver «preso a pretesto la denuncia della Fim Cisl per interrompere una trattativa in cui non aveva risposte da dare, nonostante le promesse di apertura». Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, è tornato in serata a chiedere la ripresa delle trattative: «Tocca adesso alla Fiat dare una risposta».

 

La Fiat ha reso noto che dopo 15 giorni di sciopero il danno alla produzione è di 35 mila mancate vetture. A Mirafiori i rapporti tra Fim, Fiom e Uilm restano unitari, tanto che l'azienda incontrerà i sindacati a Torino il 12 maggio. Quanto alla manifestazione Fiom di oggi, l'appuntamento è per le 9,30 in piazza della Repubblica. In largo di Santa Susanna, chiuderà il comizio il segretario Fiom Gianni Rinaldini.

 


 

5 Maggio

 

Roma, tutti in piazza con gli operai di Melfi

 

In migliaia da tutta Italia con i lavoratori e con la Fiom, corteo per le strade della capitale: destinazione Fiat. In sciopero ormai da due settimane, i dipendenti del gruppo torinese chiedono l'immediata riapertura delle trattative. Oggi la manifestazione Fim in Basilicata "Ai furbi e ai potenti condoni variagli operai di Melfi meno salari" "La doppia battuta non è una partita dopo dieci anni facciamola finita" "Contro il governo delle mazzate dieci, cento, mille Basilicate" "Sacconi, Sacconi, non essere sciocco questo è uno sciopero, non è un blocco"

 

ROMA

 

E'davvero lui il simbolo degli operai di Melfi: uno scheletrino di plastica con la tuta verde che gli ha prestato il dipendente R. Valvano, portato in corteo dai colleghi fino alla sede Fiat di Via Bissolati, proprio nel cuore della Roma degli affari, a un passo da Via Veneto. «Non è la prima volta che veniamo nella capitale - spiegano Teresa e Antonietta, in Sata da oltre dieci anni - ma è la prima volta che ci spostiamo qui tutti insieme, per dire basta ai soprusi. Ci siamo svegliati». E sì, i lavoratori della piana di San Nicola si sono davvero risvegliati e hanno portato il loro «prato verde» nella caput mundi, in tremila, gridando per le strade slogan contro la Fiat, tra ministeriali sorridenti e negozianti un po' perplessi. Hanno viaggiato tutta la notte in pullman, accanto a loro ci sono i metalmeccanici di tante parti d'Italia. «Noi non molliamo», gridano a più riprese. «Noi non molliamo» conferma il segretario Fiom Gianni Rinaldini dal microfono, di fronte alla filiale del Lingotto. Ormai è sfida aperta: «Un minuto più dell'azienda. Non si illudano che ci stancheremo - dice Rinaldini al comizio finale - Abbiamo iniziato e porteremo le mobilitazioni fino in fondo, finché la Fiat non tratterà». Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil ha chiesto «la riapertura immediata della trattativa a Melfi, no stop e il più breve possibile»: ad aprire il tavolo «deve essere la stessa Fiat, o, in mancanza di segnali, si deve attivare il governo». I punti da discutere sono sempre quelli della piattaforma stilata dalle Rsu: «Superamento della doppia battuta e miglioramento dei turni; equiparazione salariale agli altri stabilimenti Fiat del paese; ricostituzione di normali rapporti sindacali, con la fine dei provvedimenti disciplinari a pioggia; l'esclusione di qualsiasi ritorsione e rappresaglia successiva nei confronti degli operai che in queste settimane hanno partecipato agli scioperi».

 

«E' vero che la Fiat è un'azienda privata - commentano alcune operaie - ma è anche vero che la Sata di Melfi è stata costruita grazie a ingenti finanziamenti pubblici, ha operato con contratti di formazione lavoro e i relativi sgravi, vive del nostro lavoro: francamente, ci saremmo aspettati che il governo intervenisse. In modo diverso rispetto alle cariche della polizia». In piazza c'è anche Andrea, ex tesserato Uilm: «Ho deciso, due settimane fa, di riconsegnare la tessera al sindacato. Mi sono iscritto alla Fiom, dopo le mobilitazioni di questi giorni ho pensato che rispecchiasse di più le mie idee. E come me, qui ci sono tante altre persone che hanno fatto la stessa cosa». Infatti, vicino ad Andrea sfila Rocco: è ancora tesserato Uilm, ma è venuto a Roma al corteo organizzato dalla Cgil. «Non ne possiamo più di quelle condizioni, di quegli orari massacranti - spiega - Adesso dobbiamo cambiare una situazione che ci sembrava immutabile». Insieme agli operai di Sata e indotto, hanno partecipato al corteo metalmeccanici di Pomigliano, Cassino, Brescia, Bergamo, Torino, Pordenone, Foggia, e di tante altre città.

 

Dalla Fiat, però, non è arrivata ancora nessuna risposta: niente data per la ripresa della trattativa - molti pensano che potrebbe riprendere già stasera, dopo un'assemblea unitaria delle Rsu - e soprattutto non c'è accordo sul luogo dove tenerla. La Fiom ha insistito su Melfi, ma ieri con il segretario del settore auto Lello Raffo apriva anche alla possibilità di Potenza, sede dell'Unione industriali lucana. Posizione che vede favorevole anche la Fim. L'azienda, al contrario, ancora ieri puntava a mantenerla a Roma, lontana dalla «pressione» dei presidi. A Melfi, d'altra parte, è ormai affollatissimo il parterre di sindacalisti nazionali che dopo ben due settimane di mobilitazioni (e una mattinata di manganellate), si sono finalmente degnati di presentarsi ai cancelli. Il primo a cercare il contatto diretto con i lavoratori è stato due giorni fa il segretario della Uilm Contento, mentre ieri il bagno tardivo di operaismo è toccato al segretario della Fim Cisl Giorgio Caprioli.

 

La Cisl è in grande spolvero nella cittadina lucana: dopo il flop della contromanifestazione organizzata a due giorni dall'apertura dei presidi (150 gli operai partecipanti, contro le migliaia in sciopero e ai cancelli), oggi sarà la volta di una «manifestazione parallela» alle proteste Fiom, da tenere al centro di Melfi. Si aspettano tremila operai e 60 pullman, il tutto condito da uno sciopero di otto ore «a sostegno della vertenza, per la ripresa delle trattative e per il superamento delle intolleranze» (si ricordi Maria, l'operaia «aggredita» da imprecisate persone senza che la polizia, sempre presente ai blocchi, abbia visto nulla). La Uil si è fatta sentire da Roma, con una lettera pontificale di Angeletti: «Cari lavoratori, torniamo in fabbrica e riprendiamo una trattativa che non ha avuto risultati a causa di una lotta sbagliata». Il sottosegretario Sacconi ha ribadito che il governo non interverrà: «Aspettiamo - ha osservato - che la Fiom rinsavisca».

 

Quanto alla produzione, ieri sarebbe ripresa per la prima volta dopo i presidi, ma in numeri minimi: secondo l'azienda, sarebbero state ultimate solo 70 ypsilon, a fronte delle 1000-1200 macchine sfornate ogni giorno dallo stabilimento a pieno regime. Cinquecento gli operai presenti, stando a quanto dichiara la Fiat. «Sono dati falsi - dice Giuseppe Cillis, segretario Fiom Potenza - Sono entrati solo 140 operai e non è stata attivata nessuna linea». La Fiom accusa anche il Tg1 delle 20 di ieri, che avrebbe montato, con immagini di repertorio, un servizio che dava la Fiat «avviata verso la ripresa della produzione».
 

Con Gaetano torna il magico Settanta

 

«Il cielo è sempre più blu». Torna alla grande Rino Gaetano, anche tra gli operai. Dal camioncino della Cgil di Bologna che guida il corteo dei lavoratori di Melfi, vanno a tutta randa le canzoni di ieri e di oggi. Gli altoparlanti diffondono il fortunato motivo del cantante crotonese scomparso a soli 31 anni nel 1981, conosciuto anche per «Gianna» e «Nunteregghepiù». Ma non mancano i classici più «seriosi», come la tradizionalissima «Internazionale» e l'immarcescibile «Locomotiva» di Francesco Guccini. Altri «must» delle manifestazioni, i Banda Bardò, con la loro «Manifesto», i 99 Posse con «Comincia adesso» e «Curre curre guagliò», Daniele Silvestri con «Il mio nemico». Ballabile (e gli operai hanno ballato) anche lo ska degli Ska-P con «El vals del obrero», come ritmata è pure la conosciutissima «Get up stand up» di Bob Marley. Nel compact disk che abbiamo recuperato nel camioncino, compaiono anche i Csi con «Forma e sostanza», Lola & The Lovers con «Saluteremo il signor padrone», il Canzoniere internazionale con «Cara moglie», i Melanzana con «La fabbrica». Non mancano comunque i contributi dei più giovani: dalla macchina del collettivo studentesco di Roma - tema principe la precarietà - il brano più trasmesso è il tormentone del momento, «Fuori dal tunnel», del capellone CapaRezza. 
 

Silvio «el presidente» dei Modena City

 

Ma i più gettonati sono loro, cantori della nuova Italia operaia e antagonista già con la moderna versione di «Bella ciao»: i Modena City Ramblers. Ieri il gruppo emiliano è stato protagonista musicale della manifestazione degli operai di Melfi con «El presidente», dedicata naturalmente a Lui, il Silvio nazionale. La canzone «berlusconiana» è stata trasmessa più volte dal camioncino della Cgil di Bologna, e i lavoratori hanno alternato le strofe agli slogan del corteo. «Non si fanno conti in tasca a El Presidente», dicono i primi versi, e poi: «Il suo volto per la strada è sicurezza e garanzia/ Di chi con i suoi uomini cammina sulla via/ Del Miracolo Economico che trasmetterà/ Il segno di El Presidente sulla società». Multiformi le attività del Presidente, tutte minuziosamente elencate nel testo: «Ogni guerra è santa per il suo Ideale/ Ogni causa è giusta per il suo giornale/ Per la tua casa nuova c'è la sua immobiliare/ E la sua finanziaria per le rate da pagare/ I cinema proiettano ogni film di El Presidente/ Nel centro commerciale trovi il saldo conveniente/ Sul campo la sua squadra di frequente è la vincente/ Nei sondaggi la fiducia è consistente». El Presidente è «operaio, notaio, insegnante, cantante, allenatore, giocatore, ambasciatore, imperatore, petroliere, soldato filoamericano, pacifista... El presidente komunista!». 

 

Il segretario generale della Fiom: «L'autonomia del movimento al tavolo, trattativa subito»
 

Solo qualche mese fa, per bloccare lo stabilimento di Melfi, il cuore della produzione automobilistica italiana, dovevano partire i lavoratori Fiat di Pomigliano, Termini Imerese e Torino. Da soli, gli operai lucani non ce la facevano, e non solo perché si sentivano garantiti, al contrario dei loro compagni degli altri stabilimenti sottoposti alle continue scosse del terremoto che sta sconquassando la multinazionale torinese. Quasi d'improvviso, dopo 10 anni di silenzio, la moratoria è finita, il consenso, la paura, il pugno di ferro che per 10 anni hanno tenuto i lavoratori di Melfi in mezzo alla pressa aziendale, si sono spezzati. Cos'è successo nel fiore all'occhiello della Fiat lo chiediamo a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, l'organizzazione che con convinzione e passione, con pochissimi alleati fuori dalla fabbrica, ha sostenuto la lotta di queste due settimane.

 

Cos'è che ha rotto l'incantesimo del «prato verde»?

 

Come avviene in questi casi, non è possibile determinare un fatto specifico, isolare una causa precisa. Diciamo che è esploso il disagio sociale ed ha fatto irruzione con forza la dignità del lavoro, in aperto contrasto con l'unilateralità dell'impresa. La struttura di comando di Melfi non è più risultata tollerabile da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. I soprusi, le ingiustizie, le differenze nello stesso sfruttamento operaio tra uno stabilimento e l'altro, il diverso trattamento salariale, l'umiliazione dei continui e insopportabili provvedimenti disciplinari: ecco, tutte queste cose insieme hanno fatto esplodere la rabbia dei lavoratori di Melfi, destinata a durare in assenza di risposte nette e positive.
 

In molti pensavano che dopo la decisione di togliere i presidi ai cancelli, la rabbia si sarebbe sciolta come neve al sole e la Fiom avrebbe «ritrovato la ragione», sedendosi con compostezza a un finto tavolo di trattativa, come invocavano la Fiat, il governo e gli altri sindacati. Non mi pare che sia andata così, e siamo alla terza settimana di blocco della produzione.
 

Altro che debacle, è avvenuto un fatto inedito in questa realtà: tolti i presidi, per decisione autonoma dei lavoratori, l'adesione agli scioperi - in un contesto in cui a nessuno è stato impedito di recarsi al lavoro - è stata straordinaria e compatta, al punto che la Fiat oggi è costretta ad ammettere che dalla fabbrica non sono uscite che pochissime vetture.
 

La lotta, la prima grande lotta nei 10 anni di vita dello stabilimento, ha un valore in sé. Ma un'organizzazione sindacale come la Fiom non può non porsi l'obiettivo di portare a casa risultati materiali, concreti. Tanto più che siete riusciti a rompere l'accerchiamento e Fim e Uilm sembrano scesi a più miti consigli.

 

La manifestazione a Roma, la decisione di mille lavoratori di Melfi che da due settimane scioperano e sono presenti ai cancelli di farsi 10 ore di viaggio per venire a ribadire la loro determinazione a non mollare, a non rinunciare a nessuno degli obiettivi decisi democraticamente e collettivamente, sono il punto di forza per aprire finalmente una vera trattativa. E' vero, è cambiato l'atteggiamento degli altri sindacati, credo perché hanno capito che nessuno è disposto a mollare, come hanno gridato a Melfi e a Roma i protagonisti della lotta. Domani la Fim ha addirittura indetto uno sciopero di 8 ore, direi che si è associata alla decisione dei lavoratori e della Fiom. Valuto molto positivamente questo fatto e credo che la decisione dei dirigenti di Fim e Uilm di andare ai cancelli di Melfi abbia aiutato a comprendere la realtà lavorativa e sociale di questa gente, a intercettare gli umori dei lavoratori. Credo dunque che ora ci siano le condizioni per organizzare una riunione unitaria delle Rsu e per addivenire a diverse e migliori relazioni tra sindacati.
 

E adesso?

 

Adesso la Fiat deve aprire la trattativa sul serio, rinunciando a pregiudiziali sulle forme di lotta, rinunciando alla politica intollerabile del divide et impera. Se, come credo, è ora possibile ricostruire una posizione unitaria dei sindacati, le rivendicazioni dei lavoratori avranno più forza al tavolo della trattativa che, ripeto, la Fiat deve aprire subito. Se la multinazionale torinese non lo facesse, la Fiom ritiene che debba intervenire il governo. Non per entrare nel merito della vertenza, ma per imporre il tavolo di trattativa.

 

Quali sono per voi i punti irrinunciabili?

 

Quelli di sempre, quelli votati dall'assemblea all'unanimità: le Rsu di Melfi devono partecipare direttamente alle trattative; dev'essere superata la doppia battuta e rivista l'intera l'organizzazione del lavoro; equiparazione salariale con gli altri stabilimenti; un impegno formale della Fiat a non procedere ad alcun provvedimento disciplinare contro chi ha partecipato alla lotta; l'avvio di corrette relazioni sindacali che a Melfi non ci sono mai state; infine, ogni ipotesi di accordo dev'essere votata da tutti i lavoratori.

 

 

6 Maggio


 

Melfi, prima vittoria

 

Oggi si apre il tavolo a San Nicola, la Fiat non chiude sul salario

 

Prima vittoria degli operai di Melfi: la trattativa sarà riaperta oggi nella città lucana, con un faccia a faccia tra Rsu e direzione aziendale. L'appuntamento è fissato per le 14, mentre in serata ci sarà un incontro sull'indotto. Nella giornata di domani, ma solo se le cose a Melfi dovessero procedere male, si potrebbe tenere una verifica tra i vertici della Fiat e le segreterie dei metalmeccanici a Roma: è il cosiddetto «tavolo paracadute». La notizia è arrivata in serata dalla capitale, dove si sono incontrati la Fiat e i tre segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Rinaldini, Caprioli e Regazzi. Il negoziato avrà sede nello stesso stabilimento di San Nicola, ha fatto sapere il responsabile delle risorse umane della Fiat, Pierluigi Fattori. Il Lingotto non ha posto pregiudiziali sulle richieste salariali - punto centrale per i lavoratori, che chiedono l'equiparazione salariale agli altri stabilimenti Fiat del paese. L'annuncio dell'avvio delle trattative, portato ai presidi dal responsabile Fiom Lello Raffo, è stato salutato con un applauso dagli operai, ormai in sciopero da 18 giorni. L'assemblea ha deciso di prolungare lo sciopero fino alle 14 di oggi, ma già per questa mattina alle 11 è fissato l'incontro unitario delle Rsu, comprese dunque anche Fim, Uilm e Fismic. Si dovrà raggiungere una posizione comune sulle richieste (punto scontato, dato che sono abbastanza condivise), ma si parlerà anche della prosecuzione delle forme di lotta. Oltre alla questione salariale, la piattaforma dei lavoratori chiede il superamento della doppia battuta, la fine dei provvedimenti disciplinari e l'esclusione di qualsiasi ritorsione dopo gli scioperi di questi giorni. Importante il punto della votazione finale dell'accordo, sul quale insiste soprattutto la Fiom.

 

Dal sindacato di Rinaldini, dopo la manifestazione di Roma di due giorni fa, è arrivato un comunicato che sostiene e rilancia le ragioni della lotta, generalizzandola a tutti i metalmeccanici del paese: «Lo sciopero dei lavoratori di Melfi - scrive il sindacato - mette in discussione la discriminazione salariale e normativa, in particolare verso il Sud, e ogni tentativo di ritorno alle gabbie salariali. Ha un valore eccezionale per tutta la categoria e, più in generale, per tutto il mondo del lavoro». «Tornano al centro le condizioni di lavoro e un rapporto tra imprese e lavoratori fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone - dice ancora la nota - Questa lotta nasce e si sviluppa con una pratica di assoluta democrazia ed è quindi la dimostrazione che il consenso e la responsabilizzazione dei lavoratori sono la sola strada per costruire giuste relazioni sindacali».

 

La giornata di ieri è stata caratterizzata anche dalla manifestazione della Fim Cisl nella zona industriale di San Nicola: hanno sfilato 1500 lavoratori provenienti da tutta Italia (cifra fornita dalla questura di Potenza, mentre la Cisl parla di 5 mila persone). Molto «gettonata» è stata Maria, protagonista nei giorni scorsi della presunta aggressione ai cancelli che ha poi determinato la richiesta di Pezzotta di interrompere le trattative. Riferendosi al suo caso, e più in generale alle «intolleranze», Caprioli ha lanciato un appello: «Trasformiamo lo sciopero a oltranza in altre forme di lotta e rientriamo in fabbrica». Il segretario Fim ha riconosciuto che «nei presidi ci sono anche iscritti alla nostra organizzazione», concludendo che «non è un problema, siamo pluralisti».

 

Nello stesso tempo, dagli stabilimenti uscivano le bisarche con qualche decina di vetture: 140 le macchine prodotte, secondo l'azienda, con 500 operai per turno. Dati contestati dalla Fiom, che parla dell'ingresso di circa 120-140 persone ogni turno, insufficienti a riavviare la produzione: «In tre giorni sono uscite appena 70 autovetture. Tutte auto non ultimate prima dei presidi, e adesso completate».

 

Sono arrivati anche i dati sulle immatricolazioni: su del 14,5% per Fiat, dunque più del mercato (+13,2%): «nonostante Melfi», dice l'azienda. L'udienza sui blocchi (la Fiom e 11 lavoratori avevano ricevuto diverse ordinanze di rimozione dal giudice di Potenza) è rimandata al 26 maggio. I manifestanti continuano a incassare solidarietà: è arrivata quella dell'azienda informatica Csi e della Filcams Torino, e dal Senato accademico e rettore dell'Università della Basilicata.

 

7 Maggio


 

La Fiat tratta al ribasso 
 

Melfi, tavolo no stop. Per la Fiom «insufficienti» le proposte sui salari
 

Prima giornata di trattative, ieri, alla Fiat di Melfi. I sessantaquattro delegati della Sata sono entrati intorno alle 15,30 nel centro di formazione Isvor di San Nicola, sede dell'incontro, per discutere con Roberto Cortese, direttore del personale, i quattro punti della piattaforma: equiparazione salariale agli altri stabilimenti del Lingotto, superamento della «doppia battuta» (due settimane consecutive con lo stesso turno, anche notturno), migliori condizioni di lavoro e uno stop al bombardamento dei provvedimenti disciplinari. Ma le proposte della Fiat sono state ritenute dalla Fiom ancora «insoddisfacenti». L'azienda ha messo subito sul tavolo un orario alternativo alla doppia battuta: immutati i 18 turni settimanali, propone uno scorrimento 3-2-1 con un turno diverso ogni sette giorni. La prima settimana si farebbero 32 ore di lavoro, la seconda 40, la terza 48 (e dunque rispettivamente 3, 2 e 1 giorni di riposo). Disponibilità a trattare anche sul «premio di competitività» e sui provvedimenti disciplinari. Il punto più caldo, però, resta quello dei salari: la Fiat sarebbe convinta a equipararli, ma in tempi lunghi, ovvero iniziando nel 2005 per finire nel 2007; solo dopo aver verificato, cioè, se nel 2006 si sia davvero realizzato il pareggio di bilancio previsto nell'ultimo piano.
 

«Le proposte della Fiat sul salario - commenta Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom - non sono accettabili e sono insoddisfacenti rispetto alla richiesta sull'equiparazione, un punto fondamentale per poter fare l'accordo». Un'offerta «inadeguata», ritiene anche Giuseppe Cillis, segretario Fiom Potenza. «Sulla turnazione sapevamo già che la doppia battuta sarebbe stata superata, conviene alla stessa Fiat stressare meno i lavoratori», aggiunge Giannino Romaniello, segretario Cgil Basilicata. La Fiom ha anche ritenuto inopportune le dichiarazioni lasciate dal segretario Fismic Di Maulo, che alla prima pausa nelle trattative, dopo le 20, si è precipitato a dire che «tutto procede bene», parlando anche di un «tavolo di limatura a Roma». «Il tavolo è solo a Melfi», ha tenuto a specificare Rinaldini. E infatti dopo le 21,30 le Rsu sono tornate al negoziato, verso una lunga notte di trattative. Mentre lo sciopero è prorogato almeno per tutta la giornata di oggi, e siamo già al diciannovesimo giorno.
 

E comunque i rapporti tra i sindacati metalmeccanici, fortemente messi alla prova in queste due settimane, non sono per nulla tornati sereni. E' vero che le richieste in piattaforma sono condivise da tutte le sigle, dalla Fiom ai tre sindacati contrari ai presidi (Fim, Uilm, Fismic), ma non c'è stata una firma comune prima dell'ingresso al tavolo. Anzi, un piccolo episodio avvenuto nel pomeriggio rende l'idea di quanto ancora rigido sia il clima: si tratta del «lecca lecca» della discordia.
 

Protagonista è stata ancora una volta Maria, la delegata-diva dello stabilimento, già al centro delle cronache per una presunta aggressione ai presidi, mai registrata dalla polizia: «intolleranze» che avevano causato, una settimana fa, l'interruzione delle trattative. Ma mercoledì, giorno della manifestazione della Fim, sembrava che almeno le segreterie nazionali si fossero riavvicinate, tanto che il segretario Caprioli annunciava che le Rsu si sarebbero viste prima del tavolo con la Fiat. Nulla di fatto: la Fiom dice di non aver mai ricevuto l'invito, e non si presenta all'incontro di ieri. Più tardi, alle 14, poco prima dell'inizio delle trattative, davanti all'ingresso del centro Isvor si presentano Liberato Canadà, segretario locale Fim, e Maria: è allora che alcuni operai si avvicinano per regalare loro un lecca lecca, ricevendo in cambio un gelido «grazie».
 

Nella serata si è avviato anche il confronto sull'indotto e le terziarizzate Fiat, che riguarda altri 3 mila lavoratori dell'area industriale di Melfi: si parla di salari, orari e turnazioni, della crisi occupazionale che ha investito alcune delle 23 aziende associate all'Acm (nell'ultimo anno molti operai sono stati messi in cassa integrazione). Quanto alla produzione, l'azienda afferma di aver realizzato ieri 160 vetture, Punto e Ypsilon, con 700 persone al primo turno e 600 al secondo. Dati differenti vengono dalla Fiom, che parla di non più di 130 lavoratori alle linee.


 

 


 


 

8 Maggio

 


Melfi, ultimatum delle Rsu

 

Fiat, ancora inadeguate per i lavoratori le proposte sul salario: «Risposta entro le 14»

 

Ultimatum delle Rsu alla Fiat: se l'azienda non risponde alle nostre proposte entro le 14 di oggi, riprendiamo forme di lotta più dure. Alle 21 di ieri la Fiat aveva presentato ai delegati della Sata la sua offerta conclusiva, ma per i lavoratori si trattava di proposte ancora inadeguate. E' stata dunque elaborata una controproposta. «Il testo Fiat non ci soddisfa», aveva detto il responsabile auto Fiom, Lello Raffo, subito dopo l'esposizione del documento aziendale all'assemblea degli operai riunita ai cancelli. Molti lavoratori chiedevano l'immediata ripresa di una lotta più dura, con il vecchio modello di presidi. La trattativa è stata riaggiornata alle 10 di oggi, e lo sciopero continua. Il nodo è sempre quello dell'equiparazione salariale, in particolare delle maggiorazioni notturne, inferiori a Melfi del 15% rispetto agli altri stabilimenti del gruppo (il 45% a fronte del 60,8%). L'azienda offre il 5% subito, ovvero entro le ferie estive, un altro 5% a gennaio prossimo e un ultimo 5% alla fine del 2005. Il primo 10% sarebbe un aumento certo, mentre sull'ultima tranche, dice Raffo, il testo è «poco chiaro». Insomma, la Fiat potrebbe legarlo all'andamento dei bilanci, che secondo le previsioni dovrebbero raggiungere il pareggio nel 2006: quindi niente pareggio, niente adeguamento. E addio equiparazione, principio sul quale i lavoratori si sono spesi al massimo negli ormai 20 giorni (compiuti proprio oggi) di sciopero. La controproposta delle Rsu prevede invece l'aumento immediato del 10% della maggiorazione notturna, e un ulteriore amento del 5% non collegato ai risultati finanziari dell'azienda. Inoltre, è previsto un premio annuo di 300 euro da corrispondere nel mese di luglio.
 

La Fiat è stata finora abbastanza «malleabile», ma sempre tirata sul punto dei salari. Già nella mattinata di ieri proponeva una serie di aumenti più avanzati rispetto a quelli di due giorni fa, ma ancora giudicati inadeguati dai sindacati: un 5% a partire da questa estate, e il restante 10% nei prossimi anni. Le Rsu, però, avevano respinto l'ipotesi, e l'azienda si era riunita per produrre il documento conclusivo.

 

L'equiparazione salariale, comunque, comprende anche l'indennità per il lavoro pomeridiano (al 25% a Melfi, al 28% nel resto del paese) e il premio di competitività variabile (a Melfi è un indice composto da più indicatori, negli altri impianti è legato al risultato operativo aziendale). Gli altri punti chiave restano quelli del superamento della «doppia battuta» (due settimane di seguito con lo stesso turno, anche di notte), i provvedimenti disciplinari emessi a pioggia (ben 9 mila dal 2001), le condizioni generali di lavoro. Soltanto sulla doppia battuta, finora, si sono registrate maggiori convergenze tra le parti, con la proposta di un orario che permette il cambiamento di turno ogni 7 giorni e dispone i riposi «a scorrimento» (una settimana si lavora 32 ore, quella successiva 40, e la terza 48).

 

In totale impasse resta la trattativa sulle 23 aziende dell'indotto. «Le offerte dell'Acm, consorzio che associa le imprese, sono assolutamente insoddisfacenti - spiega Giuseppe Cillis, Fiom Basilicata - Nell'indotto c'è un tema centrale, accanto a quello dei salari, e riguarda le prospettive occupazionali, importanti come il nodo della doppia battuta per la Sata. Nelle industrie Acm, ben 400 operai sono stati messi in cassa integrazione nell'ultimo anno, e non si vede una ripresa». «Il consorzio - continua Cillis - offre la cosiddetta "mobilità orizzontale", ovvero lo spostamento da un'azienda all'altra in caso di esuberi. Ma non è una soluzione: con la delocalizzazione, vengono chiusi stabilimenti per ricostituirli in paesi a minore costo del lavoro, e dunque sono a rischio centinaia di posti. Al contrario, noi chiediamo di investire su ricerca e innovazione, perché Melfi sia competitiva sulla qualità e non sui tagli: il complesso industriale occupa 9 mila lavoratori ma non ha un solo laboratorio di ricerca ».

 

Sempre nell'indotto, si sarebbe verificato ieri «l'utilizzo di lavoratori di altri stabilimenti o interinali per sostituire gli scioperanti», denuncia Cillis. Diverse decine di manifestanti hanno così cominciato un presidio davanti alla Johnson Control. Quanto alla presenza di operai nella Sata, l'azienda parlava ieri di 750 lavoratori e 160 auto completate. Per la Fiom i dipendenti presenti erano invece 230, «quadri e impiegati, addetti al montaggio di pochissime macchine, per altro incomplete». 
 

L'appello dei precari e il conto corrente

 

«La grave situazione venutasi a creare per i lavoratori e le lavoratrici della Fiat Sata di Melfi, che da oltre 15 giorni lottano per il miglioramento della propria condizione lavorativa, riapre il dibattito sulla condizione sociale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia ed è il sintomo, non ultimo, della grande conflittualità sociale del nostro paese. Le aggressioni fasciste della polizia nei confronti di questi lavoratori, che difendono il loro diritto alla vita, sono state l'espressione ignobile della pratica democratica in atto. La solidarietà verso quelle lotte che partono è l'elemento dirompente verso il sistema di potere che come sempre tenta di nascondere la vera portata dello scontro sociale in atto. Facciamo un appello ai centri sociali, alle associazioni, ai movimenti e agli artisti, che con le loro iniziative già in programma, contribuiscano tempestivamente alla cassa di resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici in lotta, per far sì che questa lotta continui e vada avanti».** **Scanziamo le scorie Roma

LA LOTTA DI MELFI 
 

Com'era verde il mio prato: il declino della fabbrica integrata 
 

La grande lotta in corso dei lavoratori di Melfi ha alcuni significativi punti in comune con l'esplosione di lotta del 1962 alla Fiat di Torino. Allora come oggi, lo strapotere della direzione aziendale fece sì che questa «tirasse troppo la corda», determinando una ribellione dei lavoratori contro le insopportabili condizioni di lavoro. Allora come oggi, lo strapotere della direzione aziendale aveva largamente utilizzato la divisione sindacale e la pratica degli accordi separati cercando fino all'ultimo di utilizzarli per bloccare la lotta: ma a quel punto essi si sono rivelati non solo inefficaci, ma controproducenti. Allora come oggi, l'esplosione di lotta non è stato un fatto spontaneo, ma lungamente preparato: nella Fiat di Torino, da una tenace azione della Fiom sfociata in alcuni episodi di lotta (Fiat-Spa 62), alla Sata di Melfi da un'azione altrettanto tenace della Fiom, che aveva prodotto molteplici scioperi sulle condizioni di lavoro.

 

Ma, almeno a prima vista, il contesto si presenta molto diverso. Nella Fiat del 1962, la ribellione era contro il modello taylorista di organizzazione del lavoro. Alla Sata del 2004, la ribellione avviene contro quel modello di «fabbrica integrata», che avrebbe dovuto segnare la rivalutazione del ruolo attivo del lavoro umano, e che proprio a Melfi avrebbe dovuto trovare la sua piena realizzazione.

 

In realtà, c'è un «filo conduttore». In ambedue i casi, la Fiat ha applicato una medesima strategia di gestione della forza-lavoro (tipica della Fiat, ma anche di gran parte del capitalismo italiano): a partire dal livello di produttività consentito dalla tecnologia e del modello organizzativo, si cerca di massimizzarlo attraverso un'ulteriore «torchiatura» della forza-lavoro, sfruttando i rapporti di forza favorevoli creati anche attraverso la divisione sindacale.

 

Tuttavia, è utile approfondire il problema. Come mai un modello organizzativo più avanzato, «post-taylorista», ha dato luogo a condizioni di insopportabilità tali da determinare una ribellione di massa dei lavoratori?

 

Sarebbe sbagliato liquidare il modello della «fabbrica integrata» come pura mistificazione propagandistica, volta a coprire la continuità del vecchio modello. E' più utile (e più «materialistico») scavare nelle contraddizioni che hanno segnato il processo di realizzazione dello stabilimento di Melfi.

 

Le premesse dello stabilimento avevano alcuni aspetti realmente innovativi. Certo, s'era scelto un greenfield e ci si era avvalsi di abbondantissimi finanziamenti statali. Ma il «prato verde» prescelto era un po' particolare: un'area priva di presenza mafiosa, con livello di istruzione di base più diffuso della media, e tradizionalmente orientata a sinistra. Ma l'aspetto più innovativo riguardava la formazione della forza-lavoro: oltre un migliaio dei circa 6000 futuri dipendenti sono stati formati per un periodo da uno a due anni, comprendenti sia una formazione all'ISVOR-Fiat che un tirocinio in altri stabilimenti; e tra questi oltre il 10% erano donne, percentuale senza precedenti in Fiat. Inoltre, la gerarchia - tranne qualche top manager - doveva essere «nuova», non provenire da altri stabilimenti Fiat, per evitare che portasse con sé la cultura del vecchio modello organizzativo. La formazione, naturalmente, comprendeva tutti gli elementi base del modello della «fabbrica integrata»: priorità alla qualità, ruolo attivo del lavoro umano, ecc.

 

Con l'entrata in funzione a pieno ritmo dello stabilimento, si è ben presto capito cos'era, concretamente, la «fabbrica integrata realizzata» che doveva essere il tratto distintivo della Sata di Melfi. Anzitutto, la «nuova sigla» azzerava tutta la contrattazione aziendale pregressa in Fiat, nei suoi aspetti non solo salariali ma normativi. Veniva così introdotto il famigerato «TMC 2», che comportava un'intensificazione dei ritmi di lavoro del 15-20% rispetto alla metrica tradizionale. Gli impianti venivano utilizzati per 6 giorni alla settimana, il che comportava non solo una turnistica complicata e pesante (su 3 turni, con riposi «a slittamento»), ma aggravata da una sua struttura che prevedeva la famigerata «ribattuta del turno di notte» (uno dei principali motivi di ribellione degli operai).
 

Va ricordato che tutti questi aspetti sono stati avallati da accordi sindacali unitari.

 

Con queste premesse, si può intuire quale fosse l'orientamento della Fiat nella gestione concreta del nuovo stabilimento. La formazione degli «operai comuni» (che doveva essere un «fiore all'occhiello» del nuovo stabilimento) si è ridotta a due-tre giorni, e l'«affiancamento», per imparare le varie fasi del processo, è scomparso. Le riunioni sui problemi della qualità, che dovevano «coinvolgere attivamente» i lavoratori, sono state considerate una perdita di tempo. I lavoratori sono stati assunti in contratto di formazione-lavoro, per esercitare su di loro il ricatto della riconferma, e per di più inquadrati al 1° livello (fatto quasi senza precedenti) per risparmiare ulteriormente sul salario, già decurtato del 20% circa rispetto agli altri stabilimenti Fiat. E quando i lavoratori, superato il periodo di Cfl, sono stati confermati (ma molti nel frattempo se n'erano andati o erano stati licenziati), la Fiat ha attivato nuovi meccanismi di controllo: il premio di risultato di stabilimento (che doveva - nell'impostazione iniziale - essere un elemento innovativo della struttura salariale) è stato prevalentemente collegato al tasso di assenteismo; c'è stata una moltiplicazione incredibile di provvedimenti disciplinari, che colpiscono anche chi si infortuna a causa dei ritmi di lavoro insostenibili.

 

L'effetto di tutto questo? I lavoratori di Melfi lavorano almeno il 30% in più degli altri lavoratori Fiat (si sommano in questo gli effetti del TMC-2 e quelli delle norme - accettate dai sindacati - di parziale ricupero delle «fermate tecniche»), e prendono il 20% in meno di salario. Con un calcolo grossolano, possiamo dire che sono sfruttati il 50% in più. C'è da stupirsi che si ribellino? Ma la ribellione non nasce da un giorno all'altro: è stata decisiva l'azione della Fiom di fabbrica, che ormai da tempo ha sviluppato azioni di protesta sulla condizione di lavoro, e non a caso - malgrado le discriminazioni - è divenuto a Melfi il primo sindacato.

 

In sintesi, potremmo dire che a Melfi gli elementi del «dispotismo di fabbrica» si sono dimostrati più pesanti delle stesse innovazioni organizzative che la Fiat aveva pensato di introdurre, e che - ancora una volta - hanno prodotto l'esplosione del conflitto di classe.
 

 

9 Maggio 

 

Salari, orari, democrazia. Oppure la lotta continuerà

 

Fiat, si tratta a fatica Obiettivo: «liberare Melfi»

 

Ieri il confronto tra sindacati e Lingotto è tornato a Roma, con i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm. Ancora insufficienti le disponibilità dell'azienda a equiparare i salari lucani a quelli del resto del gruppo. Divisioni su come e dove proseguire la trattativa

 

Non è guerra, semmai guerriglia. In altre parole, è trattativa. Ieri il confronto tra la direzione della Fiat e i sindacati per definire un nuovo decalogo che definisca regole democratiche per lo stabilimento di Melfi si è spostato dalla Basilicata alla capitale. La richiesta è stata avanzata dal Lingotto, che si dice preoccupato per il «gioco al rialzo» che sarebbe operato dalle Rsu di fabbrica, rispetto alla «cornice della trattativa» definita dall'azienda con le segreterie generali di Fim, Fiom e Uilm. Per i sindacati, semplicemente, la Fiat non è disposta a concedere abbastanza e quel che mette a disposizione non è sufficiente a far rientrare la lotta operaia, matura quanto determinata a spazzar via gabbie salariali e lavorative. Quelle gabbie che fanno di Melfi uno stabilimento di serie A in quanto a competitività e di serie B in quanto a condizione lavorativa. Dunque, la Fiat ha voluto verificare quanto lo stato maggiore dei metalmeccanici è disposto a coprire la presunta «linea dura» dei delegati di Melfi. L'incontro è iniziato con una «ristretta» a cui hanno partecipato i tre maggiori responsabili delle relazioni sindacali della multinazionale torinese, per la Fiom il segretario generale Gianni Rinaldini accompagnato da Giorgio Cremaschi e Lello Raffo, per la Fim il responsabile auto Bruno Vitali e per la Cisl il segretario nazionale Giorgio Santini, per la Uilm il segretario generale Antonino Regazzi insieme al responsabile auto Giovanni Contento. Fuori, i delegati melfitani, a cui nel tardo pomeriggio la delegazione uscita dall'incontro ristretto ha riferito i contenuti del confronto. I punti che fanno parte del «perimetro della trattativa» sono i soliti quattro: 1) la modifica dell'organizzazione del lavoro e dei turni, ora 18 settimanali comprensivi della famigerata doppia battuta (due settimane consecutive lo stesso turno, dunque anche il notturno; 2) l'equiparazione salariale rispetto ai lavoratori degli altri stabilimenti Fiat rispetto ai quali i melfitani (e i lavoratori di Pratola Serra) sono fortemente penalizzati, a partire da una differenza del 15% del «valore» del lavoro notturno; 3) il premio di risultato, una struttura molto complessa che a Melfi non ingloba i precedenti premi (premio performance di gruppo), essendo al posto previsto un premio di competitività su cui torneremo; 4) le «relazioni sindacali», in altri termini l'eliminazione del sistema di comando da caserma, incentrato su richiami, minacce, punizioni, trasferimenti, ecc.).

 

Fuori dal sindacale, proviamo a tradurre in italiano il merito su cui azienda e sindacati si dividono (chi più chi meno, indivinate voi quali più e quali meno). Sull'organizzazione del lavoro la Fiat è disposta a eliminare la doppia battuta ma non va oltre. Il nodo centrale, comunque, è rappresentato dai soldi. L'azienda continua a proporre una gradualità nell'equiparazione salariale ritenuta inaccettabile dalla Fiom e che fa storcere il naso anche a Fim e Uilm. Inoltre, l'equiparazione dovrebbe essere condizionata al miglioramento dello stato di salute della Fiat, su cui ben pochi, dalle banche creditrici agli operai di linea, son disposti a scommettere. L'aspetto su cui val la pena tornare è quello relativo al premio di risultato. Dicevamo che a Melfi un'altra anomalia è che una parte del premio è legato alla competitività, condizionato alla presenza al lavoro: ciò significa che gli «assenteisti» per malattia perdono soldi, ma colpite sarebbero anche le donne in gravidanza. Dopo 10 anni, le lavoratrici di Melfi non sono più ragazzine, molte si sono sposate e se decidono di far figli vengono penalizzati in modo così odioso che la stessa Fiat si è detta disponibile a cancellare la vergogna. Ma non a cancellare l'incidenza dell'assenteismo sul premio.
 

Una volta riunite le rispettive delegazioni, Fim, Fiom e Uilm si sono viste insieme per verificare la possibilità di raggiungere una posizione comune con cui tornare al confronto con l'azienda. Altro aspetto da verificare è il luogo della trattativa: riprendere a Roma, naturalmente insieme alle Rsu, oppure riportare a Melfi il confronto. La Fiom ha chiesto di confrontarsi nel merito dei nodi irrisolti, e possibilmente arrivare a una posizione comune che rispettasse le richieste delle rappresentanze di fabbrica. La Uilm, invece, avrebbe preferito riconsegnare la patata bollente a Melfi, o comunque alle Rsu, senza impegnare direttamente le organizzazioni. La Fim, e la Cisl, infine, privilegiavano il tavolo romano di trattativa rispetto a quello lucano.
 

Inutile dire che le differenze non sono formali ma riguardano i contenuti concreti della trattativa (il punto di caduta, o di mediazione che dir si voglia con la Fiat), e nella concretezza c'è anche un aspetto su cui la Fiom non è disposta a concedere deroghe: la democrazia, l'ultima parola su un eventale testo d'intesa potrà avere valore soltanto se votato dalla maggioranza dei lavoratori. Certo è che su un punto tutti erano d'accordo, nella tarda serata di ieri: né la Fiat (che ha già perso tra le 40 e le 50 mila vetture), né in vari modi i sindacati (i lavoratori sono in lotta da tre settimane, con tutto quel che comporta) hanno come obiettivo la rottura. Ma per non rompere bisogna trovare un accordo che, al momento di chiudere questo articolo, non è ancora in vista. 
 

L'indotto, i tentacoli della piovra
 

Si chiama Acm, è lo snodo centrale nella rete dello stabilimento lucano

 

L'indotto di primo livello dello stabilimento di Melfi è composto di 23 aziende associate al Consorzio A.c.m. (Auto Componentistica Meridionale), più altre due società, Fenice Termodistruttore e Fdm, che occupano nell'insieme circa 3.200 addetti, un numero inferiore rispetto ad un anno fa, quando gli addetti erano vicini ai 3.400 (alcune aziende hanno personale in cassa integrazione, a dimostrazione del fatto che la crisi ha colpito anche il sito di Melfi). Ai 5.100 mila addetti della Sata, si devono inoltre aggiungere altri mille addetti delle società terziarizzate (Magneti Marelli, Arvil, Fenice, Ppg e Gesco). Si tratta, dunque, di circa 9.500 addetti senza considerare quelli occupati nei servizi indiretti che portano il totale degli occupati del sito a circa 10 mila. L'indotto è composto da aziende nazionali e internazionali del settore automotive. Molte di queste hanno rapporti di fornitura esclusiva con il Gruppo Fiat, ad esempio la Lear e la Valeo, la prima per i sedili, la seconda per i cablaggi o la Johnson Controls per i rivestimenti interni. Sin dai primi anni, le aziende dell'indotto hanno fornito componenti anche per gli altri stabilimenti del gruppo nei quali era assemblata la Punto. La stessa Sata, attraverso le unità di stampaggio e lastratura, fornisce parti della carrozzeria (fiancate, cofani e portelloni) alla Fiat di Termini Imerese e Mirafiori. I rapporti di fornitura tra le aziende dell'indotto di Melfi e gli stabilimenti del gruppo si sono rafforzati in particolare negli ultimi anni, sia per la riduzione del numero di auto prodotte in questi stabilimenti, sia per il vantaggio, in termini produttivi, offerto dalle aziende dell'indotto Sata. Ciò ha favorito tra l'altro nel 2001 l'insediamento di altre 3 aziende, che si sono aggiunte a quelle previste dall'Accordo di Programma del 1993: la Benteler (assali), Stampiquattro (stampaggio lamiere), Emarc (cadenino contorno porta). Ulteriori commesse sono venute, inoltre, dall'Alfa di Pomigliano, dalla Fiat di Cassino e dalla Seveldi Val di Sangro. Solo 2 le aziende che hanno anche produzioni per gruppi diversi da Fiat (Mubea, Osl). In questo contesto, si sono rafforzate le relazioni produttive con il resto del gruppo Fiat e ciò ha accentuato lo snodo strategico dell'indotto di Melfi rispetto al resto degli stabilimenti meridionali. La conferma è data proprio dal fatto che delle 23 aziende del Consorzio Acm, 17 hanno rapporti di fornitura, in alcuni casi rilevanti, con il resto degli stabilimenti Fiat.

 

Come dimostrano le indagini prodotte dalla Fiom di Potenza, pubblicate per le Edizioni Meta, le attività di questi stabilimenti sono circoscritte però prevalentemente all'assemblaggio di componenti e dipendenti in larga parte dalle imprese dell'indotto settentrionale, che come già scriveva Ash Amin all'inizio degli anni '80, hanno riguardato il trasferimento del lavoro di montaggio meno qualificato. Le aziende che forniscono i componenti per le Punto assemblate a Mirafiori e Termini Imerese sono: Proma Ssa, una terziarizzata della Lear (ossatura sedile); Johnson Controls (pannelli porta); Lear Operation Systems (fianchetto 3 porte Punto); La.Sme (alzacristalli); Rejna (molle ad elica); CF Gomma Sud (supporto motore e tubo freno); Itca (stampati vari); Autocomponents S. del gruppo Magenti Marelli (ammortizzatori anteriori); Osl (particolari della carrozzeria); Complasint del gruppo Ergom (sportelli plancia e altri componenti in plastica); Componenti Zanini (coppe ruote); Benteler (assali). Le aziende che riforniscono lo stabilimento di Pomigliano sono Me.co.Flex (comandi cambio), Rejna (molle ad elica), Commer TGS (imbottiture per i sedili), Mubea (barre stabilizzatrici), Imam (particolari delle tubazioni di scarico), Complasint (plancia completa e sportelli), Componenti Zanini (coppe ruote). Per il Ducato, Tower e OSL forniscono particolari dello stampaggio e componenti della carrozzeria, la La.Sme gli alzacristalli, la Rejna le molle ad elica. Allo stabilimento di Cassino sono destinati il modulo completo dell'alzacristalli prodotto dalla La.Sme e particolari stampati dalla Itca. Produzioni minori sono presenti anche per Lancia Lybra e Lancia Thesis (Benteler, Mubea e Lear Operation).

 


 

11 Maggio


 

Primavera a Melfi

 

Senso di responsabilità: con questa formula la Fiat ha spiegato l'accordo di Melfi, giustificato i capi chini dei propri dirigenti e i volti allegri dei delegati sindacali al termine della lunga notte di trattative di domenica scorsa. Un'intesa che restituisce dignità e potere ai lavoratori, che per l'azienda rappresenta la sconfitta del modello che pretendeva il libero arbitrio sulla vita dei dipendenti, piegando le esistenze alle esigenze di bilancio. Un esito che il Lingotto non avrebbe mai accettato senza quei 21 giorni di blocchi e scioperi che hanno messo in ginocchio la Fiat, rovesciando contro l'impresa la logica dei rapporti di forza che dall'80 costituisce la sua filosofia. Oggi possiamo dire che quella storia è finita, che la sconfitta dei 35 giorni è stata digerita. E' successo in una piana verde del mezzogiorno, mille chilometri lontano da Torino. E' una piccola rivoluzione che va ben al di là di una semplice vertenza aziendale, che mette in discussione l'egemonia liberista nell'industria e le conseguenti relazioni sindacali, che parla alla politica; anzi che costituisce una nuova forma della politica. Anche se la Fiat non è più «quella di una volta», di nuovo arriva dal suo «ventre» l'indicazione di una tendenza. Perché questa è la prima vertenza industriale dell'era liberista che ha messo al centro il problema delle condizioni di lavoro, del tempo di vita delle persone, del loro potere di decidere sugli accordi che le riguardano. E anche il nodo salariale - ultima trincea abbandonata dalla Fiat - parla un linguaggio universale, non riconducibile ai soldi in busta paga, è una rivendicazione di equità sociale, di diritti comuni, indica persino l'orizzonte dell'uguaglianza. In una parola è stata una lotta per la democrazia, perché se turni, salario e diritti individuali sono stati la materia della trattativa, lo sfondo è stato quello dei poteri. Non a caso le divisioni tra le organizzazioni sindacali sono avvenute proprio sulla titolarità del mandato: i lavoratori di Melfi hanno ribadito che l'assemblea e il referendum sono gli strumenti dell'esercizio democratico, nella decisione delle forme di lotta come nel giudizio da dare sulla trattativa e sull'intesa.
 

Bene ha fatto la Fiom - in continuità con le scelte dei suoi ultimi anni e che su questo ha impostato il suo imminente congresso anticipato - a rischiare la «solitudine sindacale» per rimanere ancorata al mandato ricevuto dai lavoratori. Alla fine le altre sigle hanno dovuto adeguarsi a una nuova forma dell'agire pubblico che - come nei movimenti di questi anni - pretende di verificare e decidere, non firma cambiali in bianco a nessuno, vuole essere protagonista. Anche per questo la lezione di Melfi travalica i confini della storia della Fiat e delle stesse relazioni sindacali. Parla a tutti, proprio perché è stata impartita nel difficilissimo terreno della fabbrica - dove tutto è crudo ed estremo. Investe i partiti del centro-sinistra che hanno abbandonato la crucialità del lavoro senza sapere più chi rappresentare; mette in discussione la credenza sindacale per cui le scelte si diramano dal «centro» alla «periferia» e debbono sempre muoversi dentro i confini delle compatibilità di mercato (rifletta su questo la Cgil senza affidarsi alle presunte disponibilità di Montezemolo o all'affidabilità di un governo dell'Ulivo di là da venire); dialoga con la società che cerca forme di democrazia diretta nella crisi di quella rappresentativa.
 

Dalla piana di Melfi, a pochi chilometri dal castello in cui - nel 1231 - Federico II promulgò le «Costitutiones» (il più importante testo di diritto medievale che aprì la strada della modernità) ci arriva un messaggio di speranza, in controtendenza con un mondo dominato da torture e guerre: la restaurazione italiana avviata nell'80 ai cancelli di Mirafiori si è consumata. L'autunno è alle spalle, siamo in primavera. 
 

Inizia un'altra storia 
 

La Fiat ha perso, i lavoratori hanno vinto: Melfi giudica l'accordo di domenica notte 
 

Ai cancelli Gli operai lucani tornano al lavoro da vincitori. I primi commenti in attesa del referendum che approverà lo storico accordo

 

Da Melfi

 

«Fino ad un mese fa questa intervista non l'avreste potuta fare, c'era troppa paura qua dentro». Antonio Langone è uno degli operai appena uscito dai cancelli Fiat Sata. Siamo al cambio turno delle 13.15, esce la mattina ed entra il pomeridiano. Poco più di 24 ore prima, all'alba di domenica, è stato firmato un accordo che qui tutti definiscono «storico»: la Fiat è scesa a patti e ha dovuto digerire la piattaforma delle Rsu. Addio «doppia battuta», due settimane di seguito stesso turno, e via al cambio di orario ogni 7 giorni. «Lavoreremo una settimana per sei giornate, e quella successiva per quattro, con la domenica sempre libera», ci dice una delle operaie alla fermata dell'auto di fronte allo stabilimento. «L'accordo mi è piaciuto - spiega mostrandoci il foglietto distribuito alle assemblee. Certo l'aumento è scaglionato in due anni, ma forse più di questo per il momento non si poteva ottenere». Chi lo poteva dire che le cose sarebbero cambiate così velocemente nella «fabbrica del prato verde», quella degli operai dalla tuta amaranto, sempre zitti ed efficienti come una catena di montaggio dell'Asia più profonda. Chi l'avrebbe detto che alle assemblee di ieri ci sarebbe stata una folla da stadio, con urla di ovazione (per la Fiom) e tanti fischi (per Fim e Uilm). E se fino ad un mese fa, prima dei presidi e della vittoria, qualsiasi richiesta dei delegati doveva passare attraverso mille pastoie e veniva stoppata dai capi, ieri prolungare l'assemblea è stato facile come bere un bicchier d'acqua. «E' bastato passare un foglio alla direzione, che non ha battuto ciglio», spiega raggiante Giuseppe Cillis, segretario della Fiom di Potenza che èstato sin dall'inizio ai picchetti con gli operai e adesso si gode il meritato risultato. Dalla fabbrica esce anche Lello Raffo, responsabile auto Fiom nazionale, è dovuto salire sul tavolo per farsi sentire fra i boati degli applausi, con il microfono in mano, come una rock star. «Sembravano le riunioni del `68, c'era tanta euforia», dice Pina Imbrenda, direttivo Fiom, anche lei tuta amaranto. Da Roma, il segretario generale dei metalmeccanici Cgil, Gianni Rinaldini, veniva informato via cellulare. Una caterba di «dimettiti», invece, pare se la sia presa Liberato Caradà, segretario Fim, e con lui sono insofferenza i delegati contrari ai presidi. La Fiom sta raccogliendo infatti le firme per la rielezione delle Rsu: se riuscisse ad anticipare il voto a giugno come chiede, l'accordo di domenica si tradurrebbe certamente in una debacle per Fim, Uilm e Filmic, che hanno attualmente, con il 57 per cento, la maggioranza dei delegati.
 

«Questo luglio avremmo la prima tranche di aumento - ci spiega un altro operaio - nel luglio 2005 la seconda, mentre la parità con gli altri stabilimenti la raggiungeremo nell'estate del 2006. Anche l'equiparazione salariale è stata raggiunta: certo non sono i 169 euro richiesti all'inizio - e infatti qualche sigla minore ancora scalpita e vorrebbe scioperare - ma 105 euro sono un ottimo primo passo. «Hanno anche tolto la maternità, i congedi patentali, i permessi sindacali e per donare il sangue, l'assistenza ai disabili dall'indice di assenteismo del premio di competitività. Resta solo la malattia nel calcolo», aggiunge Pina. Insomma, quelli che sono diritti tutelati per legge, la Fiat li ha fino ad oggi considerati un freno alla produttività, penalizzando di conseguenza le neomamme e i ricoverati in ospedale o le Rsu in permesso retribuito. Non è che la ribellione viene proprio dal sentirsi ritenuti cittadini di serie B? Eppure ancora ci provano: proprio in questi giorni i capi stanno girando tra gli operai per chiedere di trasformare i giorni di sciopero in ferie o riposi, tanto per camuffare i dati sull'adesione. «Qualcuno sarebbe tentato di rispondere di sì - dice Langone - ma adesso siamo tutti uniti e viene fuori il coraggio per rifiutare». E così, insieme, domenica mattina si è deciso di rientrare al lavoro: con la consueta assemblea e i presidi, con votazione per alzata di mano. La proposta è passata con una larga maggioranza e adesso, sempre insieme, si voterà all'interno della fabbrica per il referendum sull'accordo. E la vittoria del sì appare scontata.

 

Tra le nuove conquiste, anche la moratoria sui provvedimenti disciplinari (ne erano piovuti 9mila negli ultimi tre anni) e una verifica trimestrale del loro andamento. In più, il numero verde per la comunicazione della malattia avrà la registrazione della telefonata: una garanzia per i lavoratori dall'arbitrio dei capi, che negavano di essere stati avvertiti anche quando l'operaio portava il tabulato, e giù con nuove sospensioni e sanzioni.

 

C'è chi è ancora in attesa di un accordo, però, e sono i 3mila operai dell'indotto: le 23 aziende dell'Acm si sono già dette disponibili a recepire il piano maggiorazioni della Fiat, ma c'è ancora timore per la crisi occupazionale che sta colpendo diverse imprese, con 400 operai in cassa integrazione. Alla Lear, che fornisce i pannelli, sono 112 i dipendenti «in attesa di giudizio»: «la nuova commessa è stata assegnata alla Johnson, altra azienda dell'indotto Sata - spiega il delegato Fiom Pasquale Suozzo - e dal 2005 potremo perdere metà del personale se non faremo l'accordo». «L'Acm ci ha detto che applicherà la mobilità orizontale, ovvero che sistemerà eventuali esuberi in altre imprese del consorzio - aggiunge Vittorio Cilla, Fiom - ma finché non è scritto nero su bianco e non ci assicurano nuovi investimenti, noi non ci fidiamo». «E dove potrei andare a lavorare? - sbotta Rosa, operaia Lear - magari tornerei a fare la stagionale nei campi. Ma non avrei le stesse garanzie». Fare l'operaio ha ancora il suo fascino, soprattutto a Melfi. 
 

Morchio ci prova

 

L'intesa di Melfi cui il vertice Fiat è stato costretto, i conti trimestrali, le pressioni delle banche creditrici, la fuga della General Motors. L'avviato risanamento del gruppo e dell'auto in particolare, la scelta di uomini nuovi al comando, la notizia non smentita del male di Umberto Agnelli. Ce ne è abbastana perché l'assemblea degli azionisti Fiat fissata per questa mattina al Lingotto non sia un appuntamento da calendario. In realtà non lo è da almeno quattro anni, da quando l'Avvocato firmò l'alleanza con gli americani. E subito dopo venne fuori la voragine nei conti del primo gruppo industriale italiano, in cui sono caduti in pochi mesi una serie impressionante di presidenti e amministratori delegati. L'intesa di Melfi è stata accelerata da Giuseppe Morchio, l'ultimo amministratore delegato del gruppo nominato un anno fa, in tempo per l'assemblea di oggi. A farlo scendere direttamente in campo - per il vuoto che regna in Fiat da alcuni anni nel settore della direzione del personale - sono state le 35.000 auto perdute, cioè il 2 per cento della produzione annuale - più che i 21 giorni di sciopero. Perché è lui l'uomo dei conti su cui Umberto ha sorprendentemente scommesso, per la prima volta un manager non del gruppo.
 

Ma Melfi dice che Morchio sta dimostrando di sapersi muovere, certo per forza e non per amore. Lo ha fatto anche su altri terreni, come hanno notato le due testate più autorevoli del mondo nei rispettivi settori automobilistico e finanziario e non proprio morbide con la Fiat, Automotive News e Financial Times. La trimestrale di oggi, si prevede, confermerebbe che la corsa in salita è partita: l'auto perderebbe 200 milioni di euro, contro i 334 dello stesso periodo del 2003 e i 429 del 2002; il gruppo sarebbe in rosso di 150 milioni di euro contro i 342 dell'anno scorso. Questo non significa ancora che la Fiat abbia un futuro assicurato, ma che la famiglia e i suoi manager ci hanno almeno provato.
 

Con l'auto, in particolare, il cuore malato del gruppo. Sono sempre di Morchio le nomine dell'austriaco Herbert Demel a capo della Fiat Auto e dell'inglese Martin Leach a numero uno della Maserati (per studiare da Ferrari, un giorno). Quest'ultimo è considerato uno dei migliori manager automobilistici in circolazione, tant'è che Morchio l'avrebbe portato in Fiat se il suo ex datore di lavoro, la Ford, non l'avesse bloccato. Demel, un bel passato nel gruppo Volkswagen, sembra l'uomo giusto al posto giusto a sentire certe voci fuori e dentro la Fiat. Poi c'è il mercato, che dirà la sua.

 

DEMOCRAZIA

 

La conclusione positiva della vertenza, giunta dopo tre settimane di presidi e di scioperi, rotture e riprese di trattativa tra Melfi e Roma, una pesante carica della polizia, non si può chiamare «accordo» ma ipotesi d'accordo. Per una ragione molto semplice: la scelta definitiva è nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici che con un referendum che si terrà mercoledì e giovedì diranno se l'intesa raggiunta risponde alle loro aspettative. E' l'affermazione della posizione che la Fiom sostiene, e non solo nella vertenza di Melfi, accettata infine dagli altri sindacati.

 

AUMENTI SALARIALI

 

105 euro in media così ripartiti: il 50% il luglio prossimo, il restante in due trance, il 25% dal luglio 2005 e il restante 25% a gennaio del 2006
 

PREMIO COMPETIVITA'

 

240 euro annui distribuiti a luglio e progressiva scomparsa dall'indice d'assenteismo delle voci più odiose, dalle assenze per maternità e congedi parentali, ai permessi sindacali retribuiti e per donazione di sangue e dialisi. 
 

DOPPIA BATTUTA ADDIO

 

Da luglio sparisce il doppio turno settimanale, particolarmente gravoso per il turno di notte. Era una delle rivendicazioni primarie dei lavoratori e delle lavoratrici. Il nuovo schema prevede una settimana con sei giorni lavorativi e una con quattro con due giorni di riposo consecutivi.

 

SISTEMA REPRESSIVO

 

A fronte di un'esplosione di provvedimenti disciplinari, addirittura novemila dal 2001, è prevista l'istituzione di una commissione di «conciliazione e prevenzione» che prenderà in esame «particolari casi di provvedimenti disciplinari emessi negli ultimi 12 mesi, che non siano stati definiti o impugnati davanti alla magistratura». 
 

Magnabosco: «Capisco le ragioni della lotta»


 

«Il sistema, il sistema mondo si è fatto così complicato per non dire fragile, che non è pensabile governarlo con i diktat e le imposizioni. Nessuno può dire a un altro quello che deve fare senza convincerlo». Si conclude così un articolo su Melfi scritto su Diario da Oddone Camerana, dirigente da anni in pensione di un'azienda - la Fiat - che conosce da tutti i punti di vista, essendo membro della famiglia allargata e cugino degli Agnelli. Camerana racconta di com'era il Lingotto quando si chiamava Corso Marconi, quando erano importanti le relazioni industriali e chi le gestiva si preoccupava di capire gli umori dei lavoratori. Ora, scrive, quei dirigenti sono stati pensionati. E si coglie in queste parole la denuncia di una gestione da caserma della fabbrica. Non è difficile capire di chi sente la nostalgia Camerana: Maurizio Magnabosco, «storico» capo del personale (adesso si dice «responsabile delle risorse umane», non si sa se ridere o piangere pensando alle migliaia di provvedimenti disciplinari a Melfi.) della Fiat, prepensionato la scorsa estate. L'abbiamo cercato, Magnabosco, oggi consulente a Torino e attivo in commissini che lavorano sul declino e il futuro di Torino, perché è suo il «modello Melfi», quel modello contro cui si sono ribellati i lavoratori, resistendo «un minuto più del padrone» con una lotta a oltranza durata tre settimane, fino alla vittoria. Da qualche anno Magnabosco aveva lasciato la responsabilità del personale per assumere prima quella del settore ferroviario, infine il comando del gruppo Fiat in Turchia.

 

Dottor Magnabosco, come vede la lotta di Melfi e il suo esito, lei che ha disegnato e dato vita a quel modello?
 

Nel mettere in piedi Melfi City bisognava tener conto delle condizioni in cui la concorrenza stava costruendo automobili, in Spagna, Portogallo, Irlanda: costi non solo del lavoro, ma di trasformazione decisamente più bassi, e un'altissima produttività di sistema. Così è nato il complesso di San Nicola, con 20 stabilimenti di componenti nella stessa area e uno centrale automobilistico più flessibile, maggiori contenuti nelle mansioni e un vincolo sull'organizzazione del lavoro. Nel mio disegno c'era un grosso scambio implicito con i sindacati, come spiegai anche a Bruno Trentin quando lo accompagnali a visitare lo stabilimento prima del suo avvio, e ricordo che Trentin nel suo libro mi accusò di aver fatto un accordo sindacale senza i lavoratori, perché non erano ancora stati assunti: lo scambio consisteva nel fatto che in un arco di tempo di 5-10 anni il trattamento dei lavoratori di Melfi si sarebbe avvicinato a quello degli altri stabilimenti fino a eliminare ogni differenza. Questo significava che anche negli altri stabilimenti si sarebbero introdotte modifiche per aumentare la produttività, verso un miglior utilizzo degli impianti.

 

Ma l'adeguamento non c'è mai stato e sono rimaste le gabbie salariali, la doppia battuta e tutto il resto.

 

E' vero, ma non voglio polemizzare con la Fiat. Immagino che la ragione del mancato scambio risieda nella crisi, che non ha consentito il massimo utilizzo degli impianti. Se non c'è domanda, di quale maggior utilizzo degli impianti si può parlare? Guardi Mirafiori a che livello di produzione è scesa... Ma ripeto, per me era impensabile l'idea che i lavoratori di Melfi potessero restare così a lungo in una condizione, diciamo così, diversa. La doppia battuta, poi, era un fatto puramente tecnico necessario all'avvio della produzione. Difendo il modello, con le Ute, il princio del «prato verde» che eliminava ogni retaggio industriale e sindacale del passato, meno conflittualità e più partecipazione. Un modello postfordista, con i salari legati alla performance.

 

Il suo modello prevedeva anche una gestione repressiva, da caserma, della forza lavoro? Come giustifica le migliaia di provvedimenti disciplinari?
 

No che non la prevedeva, io questa storia dei provvedimenti a raffica l'ho letta sui giornali e francamente non ne capisco le ragioni. Fino a cinque anni fa - la invito a fare delle verifiche - queste cose non capitavano.

 

Erano proprio necessari 20 giorni di sciopero perché la Fiat prendesse atto che di doveva cambiare rotta?

 

Se avesse funzionato il modello originario non ci sarebbe stato bisogno di un conflitto così aspro. Ho visto nel comportamento dei lavoratori di Melfi le proteste tipiche degli anni `70, con un movimento nato da esigenze condivise. Insomma, una vertenza dei tempi andati, in cui non si molla finché non si raggiungono dei risultati.

 

Così non condivide l'idea che scarica la responsabilità del conflitto sulla Fiom «irresponsabile», «estremista»?

 

Questo movimento viene dal basso, non si resta per 20 giorni fuori dalla fabbrica se non si è convinti. Incolpare la Fiom significa anche sopravvalutarne la forza.

 

Però ammette che la Fiom ha intercettato una domanda condivisa e l'ha rappresentata, fino all'accordo?

 

(Sorride, «non mi faccia queste domande...»). Possiamo dire che la Fiom ha compreso le richieste dei lavoratori. Possiamo dire che questo è il suo merito.

 

Ciò significa che la protesta dei lavoratori di Melfi era legittima.

 

(Risorride, ecc.). Diciamo che c'erano delle ragioni fondate.

 

Secondo lei, con Melfi si mette una pietra sopra la sciagurata pratica degli accordi separati senza la Fiom?
 

Non credo, restano ragioni di dissenso anche profonde tra i sindacati. Va anche detto che alla vigilia di elezioni importanti, è possibile che ragioni politiche possano incidere sulle scelte dei vari sindacati. Dico solo che c'è una componente radicale nella Fiom che non vuol vedere la realtà e fa la politica dello struzzo. Dall'altro lato, valutazioni politiche hanno impedito agli altri sindacati di trovare un terreno comune con la Fiom. Per onestà devo dire che anch'io, mi pare nell'88, conclusi un accordo senza la firma della Fiom, ma da subito lavorammo per superare l'anomalia e un anno dopo, nell'applicazione dell'accordo, è arrivata anche la firma della Fiom.

 




permalink | inviato da il 18/1/2007 alle 11:16 | Versione per la stampa


 

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